Isole
(Dieci istantanee)
E' un'isola, mi avevano detto. Qualsiasi direzione tu prenda arrivi al mare, alla fine. Cammino da anni verso Ovest, il porto alle spalle, ma il mare non l'ho ancora ritrovato. Esaurite le scorte e il denaro, mi sono fermato in villaggi e città, a guadagnarmi da vivere e a riprendere le forze. Ho lavorato per un vasaio, ho arato campi, ho insegnato. Mi sono innamorato molte volte e ho vissuto a lungo con giovani donne e con i figli che ho generato. Ho attraversato deserti, valicato montagne, cavalcato immense pianure d'erba, percorso sentieri scoscesi; ho fatto rombare motori lungo strade interminabili, mi sono trascinato esausto fra cespugli e alberi di boschi inesplorati. Ho parlato molte lingue, gioito di mille libri, ascoltato infiniti racconti. Al mare, però, non sono ancora arrivato. Più volte mi è sembrato di sentirne impregnato il vento, o mi sono illuso di poterlo vedere all'improvviso dietro un'altura, solo perché un gabbiano volteggiava sulla cima. Mi sbagliavo ogni volta. E ogni volta che ho chiesto quanto fosse ancora lontano, amici o sconosciuti, giovani o anziani mi hanno dato la stessa risposta. Se cammini dritto non puoi non arrivarci: è un'isola.
Le case, le strade, i magazzini, gli hangar e le chiese, i palazzi, le piazze, i monumenti disegnano un cerchio irregolare, delimitano il solo luogo privo di segni umani che resti sul pianeta. L'isola, la chiamano.
La scogliera è sicura, lo sappiamo tutti. Anfratti e cavità adeguatamente umide e buie, discese agevoli all'acqua, nutrimento abbondante. E' così da sempre. Adesso sembra che qualcosa cambi: vibrazioni sconosciute nell'aria, grandi masse pulsanti di vita minacciano di schiacciare gusci e chele. Qualcuno ha provato a cambiare posto, abbandonando le tane conosciute e i consueti luoghi di caccia, ma neanche altrove è diverso. I suoni che percorrono l'aria sono incomprensibili: è un'isola incontaminata, abitata solo da granchi, dicono.
L'isola è aspra, fatta di rocce giovani, dove non si è depositata terra, né il vento ha sbriciolato sabbia a riempire i vuoti fra i sassi. Da millenni ne sono l'unico abitatore. Sottile e incorporeo, pervado la pietra, l'aria, l'acqua e le rare piante. Mi insinuo nelle menti di chi sbarca qui e sono inquietudine, angoscia, terrore, perfino, che si concretizza nelle inconcepibili forme dei grandi scogli neri. Caccio chiunque, così da assicurarmi la solitudine più appagante.
- Non ci crederà nessuno, dice, guardando ancora il tracciato dell'analisi.
- Il sospetto mi era venuto già prima dell'ultimo carotaggio, ricordi?
- Sì, anch'io ero perplessa, a vedere che era solo poggiata sul fondale.
- Avremmo dovuto capirlo subito, però. Se solo avessimo ascoltato gli abitanti: loro in un certo senso sapevano da sempre.
La vedo avvicinarsi alla finestra, alzare gli occhi nel buio luminoso, mormorando il nome dell'isola nella lingua locale. Già - dice - Luna caduta.
Spinta da un vento teso, le vele gonfie, la grande nave si avvicina. Non appena se ne riconosce il profilo, è tutto un agitarsi, fra gli occasionali compagni di viaggio. Ne chiedo la ragione ai marinai affaccendati fra cime e verricelli; mi sorridono, come sempre, senza rispondere. Perfino il comandante, di solito prodigo di racconti, elude la mia ansia di capire. L'isola si disegna sempre più netta sull'orizzonte; non c'è nulla di minaccioso nelle due piccole alture e nella linea di costa piatta che le unisce, eppure tutti, cessati i lamenti nella loro lingua incomprensibile, guardano lo scoglio azzurro con gli occhi carichi di pena.
Da un capo all'altro, per quanto la si percorra, non si vedono che case e strade. Non un metro quadrato della piccola estensione è stato risparmiato dal cemento, dalla calce, dalla fatica di spianare il terreno o di erigere muri. Le estremità delle poche strade che la percorrono per intero somigliano a finestre che un'unica grande casa apre sul mare.
Quando scomparve, con tutti i suoi abitanti e i suoi magnifici giardini, le preziose colture e gli scorci suggestivi, furono in molti i capitani che credettero a un errore degli strumenti e delle carte, o magari a un bicchiere di troppo del timoniere e insistettero per giorni a incrociare senza risultato in quel tratto di mare. D'altronde, i sismografi non avevano registrato impazzimenti, né gli scandagli rivelavano alcuna alterazione del fondale.
La roccia raccontava, con le sue pieghe innaturali, di quando si era distesa, fluida e satura di gas, fino a sposarsi con l'acqua in un immenso sfrigolìo, solenne e festoso insieme. Una a una, miriadi di bolle erano esplose in nuvole di fumo sulfureo, disegnando per sempre una superficie butterata da milioni di crateri, una luna in miniatura. Molto più tardi, menti e occhi fantasiosi avrebbero visto figure e volti nel caotico ammucchiarsi di strati ed estrusioni. Come ogni cosa del mondo, il risultato di quell'apocalissi di fuoco e materia primigenia era destinato a essere letto in maniera del tutto incongrua rispetto a ciò che lo aveva generato.
Il barcone arriva tagliando la rada. Una dozzina di uomini. Uno, al timone, guarda attento gli scogli. Gli altri sono immobili, in piedi, corde e armi rozze in mano. Muscoli, abiti e cicatrici dichiarano una crudeltà indifferente, abituale. Percorrono di tanto in tanto sessanta miglia dalla loro isola per razziare qui qualche capra selvatica e raccogliere legna da ardere. Nessun dubbio che, trovandoci - forzati pionieri di questa terra ventosa e aspra - ci sgozzeranno tutti, come gli animali che vengono a prendere, impadronendosi della nostra barca, delle poche monete che abbiamo addosso, delle scarse provviste. Più che nei fucili che i capi imbracciano, le nostre speranze stanno nella profondità della grotta che ci ha dato rifugio e nel vento che porta lontano il nostro respiro gonfio di paura.





