Imperfetto
di Cronomoto e Arimane
(nel blog di Cronomoto, illustrato; ottobre 2006)
Dalla porta si entra subito nella Stanza Grande. La Stanza Grande ha un'apertura sulla terrazza. Se attraverso la terrazza mi trovo davanti alla Stanza Proibita. Sono abbastanza piccolo da passare dalla serranda semiabbassata, la lasciano sempre così.
Ci vengo, per questa strada, seguendo la fuga quasi ossessiva dei mattoni bicolore, geometrici, che sembra richiamare simmetrie di scaffali, a sentire il profumo dei Mille Libri. Sa leggermente di polvere e di fumo - d'inchiostro no -, ed è il profumo dei miliardi di parole che ci sono dentro.
Li vedo, soprattutto il Vecchio, il Padrone della Stanza Proibita, che ridono e piangono guardando le pagine. Dicono "leggere", loro. Io invece, che non so ancora farlo, le annuso, le parole. E rido, e piango anch'io.
Della prima volta che sono entrato nella Stanza Proibita, ricordo ogni particolare. Tutto così diverso dalle nostre abitazioni… Il pavimento era in legno d’ulivo, consumato dal tempo e dai passi, le librerie altissime e imponenti come monoliti davanti a me.
Vedevo la polvere volteggiare in aria, illuminata dai raggi orizzontali dell’alba. Entravano da una stretta finestra dai vetri colorati e la luce era morbida. Avevo a disposizione poco tempo, distolsi controvoglia lo sguardo dai vetri colorati e aprii il libro più vicino: non capivo, ovviamente, ma lo annusai, d’istinto.
Nella mia mente scattò qualcosa, un meccanismo, come se un ponte fosse lanciato tra le parole per me incomprensibili e chi le aveva scritte.
Vedevo esattamente i lineamenti dell’autore – o così mi sembrava – e le emozioni, le debolezze e i successi, ogni dettaglio della sua vita.
Afferrai un altro libro, cercai nuovamente di leggere qualche parola, ma non percepii altro che la mia agitazione; poi la delusione.
Stavo per lasciare la stanza, ma volli sentire il profumo anche di questo libro: aspirai lentamente, ad occhi chiusi, e di nuovo ci fu quello strano scatto dentro di me. Scappai fuori nella terrazza, e tornai nella Stanza Grande.
Finsi di aggirarmi smarrito fra mobili e quadri, come spesso facevo, con il mio corpo umano immaturo e imperfetto, che tanta pena e cura suscitava nelle persone che vivevano in quella casa e mi credevano uno di loro, solo meno fortunato.
Dopo tanti anni – ho imparato misurare il tempo secondo gli usi di qui, ormai – intrappolato in questa casa, ho dismesso la speranza di imparare a leggere. Ma non è stata una rinuncia grave. Non mi serve. Ho capito che, al di là delle parole, che mi rimangono estranee, la loro composizione, il loro intreccio, la loro stessa esistenza, mi trasmettono pensieri e vibrazioni che vengono da lontano, che solo io riesco a percepire. L’anima di umani scomparsi da tempo o di altri ancora attivi nel mondo mi arriva comunque, e riesce a farmi ricordare – pur essendone solo pallido simulacro – l’empatia che vivevo con i miei simili nel mondo che avevo perduto, l’empatia che era il nutrimento mio e di tutti.
Così ho sconfitto la solitudine, la cosa che più temevo, la cosa che forse mi avrebbe strappato la vita quando naufragai e fui costretto a ritagliarmi un posto in queste stanze. Ma il tentativo di trapiantarmi in questo mondo, rinascendo come un essere simile a quelli che lo abitano, è riuscito solo in parte.
Ecco, adesso arrivano – Il Vecchio, la Donna, il Grande - mi abbracciano, mi fanno sentire il calore doloroso che riservano a un piccolo che non sa crescere ed essere come loro. E mi dicono ancora di non entrare in quella Stanza, pensano che io soffra troppo, perché non ho ancora imparato a leggere.





