domenica, 24 giugno 2007
Quadruplo inganno
(racconto in sedici quadri)
 
 
22 marzo 1999, ore 18.37, Casalecchio di Reno (BO)
Benché le mani avessero avuto proprio poco a che fare con la scrittura adesso depositata ordinatamente sui fogli appena usciti dalla stampante – solamente l’intervento volta a volta pigro, stentato, furioso o appassionato di alcune centinaia di migliaia di colpetti di polpastrello - il nome della pila che si era accumulata sul tavolo era Il Manoscritto. Così lo chiamavo nella lettera e con questo nome sarebbe stato utilizzato in quella che auspicavo celebrativa, o almeno condiscendente, che avrei ricevuto in risposta. Anche nel caso, certamente più probabile, che in quella risposta fosse stato smontato, vilipeso, distrutto, il suo nome sarebbe rimasto quello.
 
 
19  ottobre 1999, ore 23.46, Torino
Il tavolo del Lettore editoriale non è come si crede. E’ un’espressione virtuale, “tavolo”. Il Lettore ha così tanti manoscritti da valutare, che il suo luogo di lavoro è qualsiasi posto in cui ci sia un po’ di spazio per poggiare una pila di fogli e per annotare qualche riga, mentre magari fa anche dell’altro. Conosco Lettori che poggiano i manoscritti in un angolo della tavola da pranzo e li schizzano del sugo delle fettuccine mentre leggono e mangiano, altri che li stropicciano addormentandocisi sopra stesi sul divano, altri che… insomma, potessero parlare, certi manoscritti racconterebbero perfino di essere stati percorsi con gli occhi mentre il resto del corpo provvedeva a necessità più urgenti.
Su uno di questi “tavoli”, fra salviette e posate o accanto a deodoranti e bagnoschiuma, viene adesso deposto Il Manoscritto, per annotare sulla scheda di lettura, con calligrafia minuta, frettolosa e irritata, quindici righe insofferenti e caustiche, con un grosso “No” sottolineato in calce.
 
 
16 novembre 1999, ore 12.05, Torino
Adesso le statistiche (sorriso malizioso): in questi ultimi tre mesi, con questo qui, sono sette del tipo A (gli autunni sempre dorati, il vento che soffia sempre in lievi folate), nove del tipo B (“…aspettavamo lo splash dei frammenti di cervello sul muro…”), quattro del tipo C (“…in mutande e canottiera davanti a questo video, una bottiglia di birra in mano…”), addirittura undici del tipo D (“Qui a Nowhere City, se non sapete come si fa a scansare i proiettili, sono cazzi vostri…”).
Vabbè, allora, stampiamo le lettere: “…benché apprezzato da alcuni dei nostri Lettori cui è stato sottoposto…”.   
 
 
8 dicembre 1999, ore 11.12, Casalecchio di Reno (BO)
- Ma senti un po’: “… benché apprezzato da alcuni dei nostri Lettori cui è stato sottoposto, ha caratteristiche non coerenti con la nostra politica editoriale”. Politica editoriale! Frugano nei cassonetti, implorano le liste della spesa agli scrittori famosi… politica editoriale!
- Non te la prendere per la formula, sono prestampate, si sa. Anzi, che non hanno ancora fatto i moduli di rifiuto con la formula standard, i puntini da integrare a penna con il nome del destinatario e la dizione “romanzo/racconto/poesie” dove cancellare le voci che non interessano. Piuttosto…
- Eh, parli tu! Tu almeno hai già pubblicato un libro.
- Sì, appunto di questo volevo dirti… Insomma, beh, ho dato una spintarella. Conoscevo un fattorino in casa editrice… ha sostituito la pratica e il manoscritto dopo il giudizio favorevole dato a un altro.
- Non ci posso credere! Cioè, ma non se ne accorgono?
- Con tutto il lavoro che hanno, no. Una volta ottenuto il visto si va a tappe forzate, la pratica passa automaticamente, non è più come un tempo. E poi, in fondo non cambia nulla, per loro; una volta li ho sentiti, i Lettori: “lo so, fanno orrore tutti, ma uno meno peggio dobbiamo salvarlo, per la continuità della collana…”.
- Senti… ma quel fattorino, lo vedi ancora?
 
 
12 gennaio 2000, ore 20.03, Torino
Com’è in tutti gli uffici, la pulizia quotidiana della sede della casa editrice in cui lavoro non è cosa che sconvolga eccessivamente l’ordine delle carte e degli arredi. Però obbliga tutti ad andar via; sono solo, a quest’ora, a integrare il mio stipendio di fattorino con quello che mi frutterà il banale scambio di fogli che sto per fare. Guarda qui: tutto da ridere! C’ha scritto sopra addirittura “la noia provocatami da questa lettura non la ricordavo dai tempi in cui bocciammo quello che si credeva il nipotino di Proust e aveva scritto duemila pagine…”. Ecco, missione compiuta. Adesso ancora due fogli devono cambiare di posto, due belle banconote da cento dalla tasca di quello alla mia. Così siamo tutti contenti, lui col nome in copertina, io col videoregistratore nuovo e magari anche con un paio di giochi per la Play.
 
  
14 gennaio 2000, ore 23.00, San Severo (FG)
Si intitola “Buio dentro”
Ho finito adesso, con la pagina 353.
Guarda, non sto a cincischiare, ti ho chiamato per quel fattorino. Puoi sempre raggiungerlo?
Sai, ci tengo troppo. Non che tema un giudizio negativo, ma non si sa mai. E poi, per accelerare…
Non mi interessa, mica saranno cifre da rovina, no? Allora, ti mando tutto?
 
 
14 gennaio 2000, ore 23.00, Casalecchio di Reno (BO)
Ah, l’hai continuato, allora!
Trecentocinquanta pagine! Congratulazioni! E’ la misura standard!
Beh, sì, se ti serve davvero…
Va bene, va bene, forse ci vorrà qualcosina in più, però, ti avverto.
Sì, sì, fai un pacco celere, però. I tempi sono strettini. E non dimenticare il dischetto!
 
 
18 gennaio 2000, ore 19.21, Torino
Meno male che sono così indecisi da non crederci davvero fare due scambi in una settimana ma che hanno il diavolo in corpo questi? Ascensore bloccato quattro piani devo fare ma vabbè, fa pure bene. Ciao Giacomo di ramazza stasera eh no non sono così affezionato sì di nuovo qui fuori orario porcamiseria ho dimenticato di prendere un pacco sai è urgente e domani se non vado prima di venire qui poi mi tocca stare un’ora nel traffico della mattina. Ecco la stanza se continuano a scambiare manoscritti questi qui mi faccio anche un viaggetto a Pasqua. Ma chi mi ha detto non ricordo bene ah dev’essere questo. Ecco fatto di nuovo le scale accidenti bagnate devo stare attento se no altro che duecento euro l’ingessatura e la fisioterapia….
 
 
19 gennaio 2000, ore 17.00, Casalecchio di Reno (BO)
Non so come dirtelo.
Dimmelo e basta.
Doveva fare un altro scambio e ha sbagliato plico.
Vuoi dire…?
Guarda, mi dispiace… Senti, ti do il numero di quell’altro, lo chiami, vi accordate sui diritti.
I diritti! Come se fossero quelli in ballo. No, no; ma come fai a non capire proprio tu? Il nome, le recensioni… Dammi quel numero, comunque. Ci penso io, stavolta.
 
 
23 gennaio 2000, ore 11.45, Autogrill di Metauro Ovest (A14)
A metà strada, aveva detto. Non è esattamente a metà, qui, ma fa lo stesso. Fuma appena uscito dalla macchina, aspettando la Golf rossa che quello gli aveva annunciato. La vede arrivare, abbagliato dal sole d’inverno. Anche quello accende, appena sceso dall’auto. Solidali sul fumo, è un buon inizio.
Il caffè è pessimo, ma basta a conciliare l’accordo. Vogliono la stessa cosa, che importa se divisa a metà?
Però i nomi devono esserci tutti e due, come pure le pagine di entrambi. Dividono esattamente a metà i due manoscritti, al primo punto fermo attorno alle 170 pagine; ne uniscono i due brandelli, iniziale dell’uno e finale dell’altro. Lo valutano così, a peso. Si scambiano i dischetti, decidono il corpo in cui stampare. Mettono insieme i due nomi, che appaiano entrambi, fusi, sulla copertina. Decidono un titolo che suoni abbastanza misterioso da giustificare un romanzo fatto di due metà incompatibili. Io e il Doppio, ok? Perfetto! Ridono, perfino, al saluto, pensando al fattorino che farà ancora uno straordinario, e pensando a quanto possa apparire sperimentale un romanzo che a metà si interrompe e poi parla d’altro. Sapersi accontentare di metà di quello che volevi, ecco la chiave della vita, pensano entrambi.
  
 
12 febbraio 2000, ore 16.00, Torino
Di solito non era così difficile. Talento naturale o esperienza abbondante di lettura, tagliare, ricomporre, riscrivere una frase particolarmente scombinata, correggere perfino gli “un’altro” e i “sò” e i “nè” era diventato quasi un fatto automatico. Questo, invece, era diverso. Già all’inizio gli era parso sconclusionato, ma, avvezzo a qualsiasi stranezza, si era calato nello stile oscuro e indisponente dell’autore, aveva limato, cassato, si era perfino presa qualche libertà nell’invertire l’ordine di paragrafi e capitoli e alla fine aveva tirato fuori da quel magma senza nervi qualcosa di decente, valorizzando le poche immagini accettabili, sviluppando le idee - per nulla banali, per la verità - che l’autore aveva diligentemente sepolto sotto una spessa coltre di ovvietà stilistiche, di affettazioni lessicali, di asperità sintattiche.
Eppure, adesso, superata la metà, era sorpreso e preoccupato. Non ci si ritrovava per nulla; era come se non si trattasse dello stesso romanzo. Lo aveva detto al caporedattore, avanzando l’ipotesi di un errore nella fascicolatura - l’ordine non era il massimo, in casa editrice, e il grigio signore addetto alle fotocopie era sempre più attento alla meticolosa compilazione della schedina piuttosto che ai fogli che uscivano dalla macchina - ma non c’era stato nulla da fare: i tempi non consentivano di ridiscutere le scelte dei Lettori; il grosso asterisco rosso alla fine della scheda era inappellabile. Farne qualcosa di adatto al mercato, a lettori esigenti come a quelli distratti, era affare suo. Lo pagavano per questo, no?
Poi, gli pare di ricordare, c’è quella strana storia, in qualche modo legata al manoscritto; gliel’aveva accennata il direttore della collana, per caso: un autore che aveva ricevuto una telefonata di accettazione, che aveva perfino festeggiato con gli amici, sembra; e poi più nulla, aveva chiamato, scritto, si era presentato, ma nulla da fare: dall’archivio (in realtà uno sgabuzzino rigurgitante) era alla fine saltato fuori il plico, con la scheda di lettura tagliente e il “No” vergato con decisione alla fine.
Scacciando i pensieri, illegittimi perché non retribuibili, riprese in mano la penna, sistemò idealmente lima e forbici a destra della tastiera e continuò fino alla fine.
 
 
5 giugno 2001, ore 19.00, Roma
La Festa è la grande occasione. Peccato che le circostanze richiedano l’incognito. Seduti accanto, i due si guardano ogni tanto, ammiccando, mentre il critico inonda la sala di aggettivi. Ambigui, alcuni, ma sommersi da tanti altri di elogio e da un piccolo applauso del pubblico striminzito strappato ad altri dodici stand dove affannosamente si presentano altrettanti libri freschi di tipografia, senza che nessuno li abbia ancora letti. Si sospetta che i presentatori più o meno illustri siano fra questi non lettori, ma nessuno, ovviamente, lo dice. I critici che presentano i libri, tutti se li immaginano come lupi in attesa di prede davanti alle macchine rilegatrici, ad afferrare, divorare, giustiziare sul posto o ad assolvere per l’eternità i libri appena sfornati.
Cinque minuti di pioggia di elogi, poi il critico si alza, saluta pubblico ed editore: un impegno improrogabile. Al brindisi, i due si scambiano gli auguri, gli unici che possono ricevere. Pazienza, verranno le recensioni, le citazioni in TV, le congratulazioni dei conoscenti (e gli estratti conto, si illudono, forse).
Poi, una banale curiosità, improvvisa. Uno dei due apre una copia delle cinque avute da contratto e cerca un passo. Gli sembra di leggere due volte la stessa pagina. Torna indietro, rilegge, pensando di avere sbagliato, lì, in quella posizione scomoda. Invece no: un calo di tensione, il blocco di un chip, un banale errore umano, chissà. Il fatto è che le pagine pari sono stampate due volte di seguito, le pagine dispari mancano. L’universo crolla. Un Big Crash privatissimo, ma non meno rovinoso.
Le parole del critico che lodava la sperimentalità (glielo aveva detto l’editor, dieci minuti prima, nei bagni del palazzo dell’Expo, che era sperimentale, quel libro) diventano grottesche, a guardare il volume neonato che balbetta stolidamente due volte le stesse parole.
 
 
6 giugno 2001, ore 20.30, Torino
Chissà che è successo. Era agitato a telefono. Cancella tutto! Fai come credi, ma cancella ogni traccia dei files, fai sparire plichi e schede. Buon per me: altri trecento euro, inaspettati, non ci stanno male, adesso, con le vacanze in vista. Però, a ripensarci, devono avere combinato un guaio, con tutti questi scambi, e adesso probabilmente, con quel casino che ho sentito è successo ieri in tipografia, temono di essere scoperti. Machissene… L’importante è che non mi veda nessuno, adesso. Il resto, fatti loro.
 
 
9 giugno 2001, ore 8.30, Torino
Sono tornate quasi tutte le copie. Meno male che erano ancora per la maggior parte in magazzino. E meno male che la tiratura, per un’improvvisa impuntatura in consiglio del direttore delle vendite, l’avevamo ridotta all’osso. E soprattutto meno male che l’autore non si è più fatto vivo, né è stato più possibile rintracciarlo ai numeri che aveva lasciato. Pazienza. Non era certo destinato a essere un bestseller. E’ perfino strano che sia passato al vaglio del Lettore iniziale, che è ritenuto da tutti persona accurata.
Quello che inquieta un po’ è che del manoscritto e dei files non c’è più traccia. Ma con il disordine che c’è qui in redazione, non è tanto strano, dopotutto. A questo caos, però, bisognerà mettere rimedio.  Sennò, magari, qualche volta si scambiano i nomi di due autori in copertina, e vedi che guai!
  
 
4 novembre 2001, ore 14.09, Alleghe (PN)
Una fortuna, che in quei giorni la casa dei suoceri al lago fosse libera. Prendendo un solo giorno di ferie era riuscito a ritagliarsi un ponte di quasi una settimana, quello che gli serviva per finire.
L’idea gli era venuta quando aveva ascoltato per caso lo sconosciuto a casa dell’amico scrittore. Fra risate ed esclamazioni di sorpresa, i tre o quattro che pendevano dalle labbra del narratore avevano appreso - senza nomi, per carità, ché qui si è sempre discreti – di manoscritti sostituiti, di sordidi accordi, di libri a metà e di libri doppi, di ambizioni giunte sul punto di volare e miseramente precipitate. Non gli era stato difficile ripensare a quel romanzaccio sgangherato che tanto l’aveva fatto penare. Controllato di avere ancora una copia in memoria, informatosi con altri amici della casa editrice, saputo del disastro in tipografia, del ritiro delle copie – ormai al macero - della scomparsa dei files, si era messo al lavoro in tutti i momenti liberi. Il suo fiuto non sbagliava: c’era del materiale di buon livello, in quelle porcherie che aveva faticosamente corretto e reso appena leggibili. Adesso, stampata l’ultima pagina, guarda il frontespizio sogghignando: nessuno avrebbe capito che relazione ci fosse fra il titolo e il contenuto del romanzo. Aveva fatto un piccolo sconto sull’ordinale, ma qualcosa, ai veri autori di Triplo inganno, glielo doveva.
 
 
11 dicembre 2002, ore 19.23, Milano
- Con estrema soddisfazione posso annunciarvi che nelle vendite dell’ultimo anno la nostra azienda ha raggiunto il primo posto nel settore della narrativa in Italia, grazie allo straordinario successo di Triplo inganno.
L’applauso che segue, da parte dei compassati manager attorno al tavolo, è breve e discreto, come si conviene.
ArimaneBis, 20:56 | link | commenti (18)
Commenti
#1   27 Giugno 2007 - 07:20
 
storia che ha un che di vissuto...o subito
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#2   27 Giugno 2007 - 09:47
 
Ma Giarre! Se gli autori avessero vissuto o subìto tutto quello che succede ai loro personaggi...

No, no: l'ispirazione, anzi, è proprio al contrario: è un divertito intervento sull'eccessiva "ansia da pubblicazione" su carta che vedo serpeggiare nella Rete e che non mi coinvolge affatto, né mi ha mai coinvolto.
Se vogliamo essere seri, diciamo che è sorprendente che proprio coloro che, scrivendo in rete, hanno scelto di valorizzare questo mezzo, siano poi irresistibilmente attratti dalla "sirena" della carta stampata, rischiando di mostrare un atteggiamento di sottovalutazione della scrittura in rete. Nulla di male, ovviamente, a volere utilizzare entrambi i mezzi, ma - come tutte le satire - il mio raccontino si riferisce alle eccessive drammatizzazioni della questione.
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#3   27 Giugno 2007 - 14:34
 
Racconto.

La "scrittura nella Rete" è libera da logiche commerciali, accende e svela ricchezze, penso sia più dignitosa così, elettronica, al contrario di certe corse alle case edtrici, grandi e piccole.
Forse, per ora, sta bene dov'è.
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#4   30 Giugno 2007 - 20:19
 
scrivo questo commento da molto vicino a casalecchio di reno.
( oh, gli appllausi. penso spesso a questa forma di entusiasmo. talvolta quelli brevi ma fulminanti e accesi sono i miei preferiti. senza giacca e cravatta, ovviamente. anche le farfalle in aria del linguaggio per sordomuti è bello, ma quello è altra cosa)
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#5   01 Luglio 2007 - 14:54
 
*mrka:
La scelta dei luoghi, dei tempi, dei titoli è ovviamente casuale: se si scrive un divertissement è importante che non si urti nessuno.

Gli applausi improvvisi e brevi piacciono anche a me, per l'autenticità. Come un sorriso che non si riesce a trattenere.
Bello riceverli, ma pure bello farli.

Quelli del racconto, però, sono brevi solo perché di circostanza, non d'entusiasmo: è il contrario (infatti hanno giacca e cravatta).

E concordo sulle "farfalline": sono una delle tante cose gentili di quel linguaggio silenzioso.

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#6   01 Luglio 2007 - 15:34
 
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#7   02 Luglio 2007 - 11:59
 
pardon, crono!
il ritmo lento dei commenti mi ha fatto "passare" il tuo.
La scrittura on line e quella su carta sono cose diverse (dimensioni, ritmi, natura...), a volte complementari, a volte perfino intercambiabili. Ma non necessariamente.
On line si possono fare cose che su carta non funzionano, ma è vero anche il contrario.
Quello che sorprende è - come ho detto - l'ansia delle parole virtuali di trasformarsi in parole stampate.
Una questione di dignità, appunto. Da riconoscere.
Altrimenti, che ci stiamo a fare, nei blog?
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#8   02 Luglio 2007 - 15:47
 
concordo con la tua visione del dualismo carta/web...
E sorrido compiaciuto allo stile impeccabile del tuo scritto, che mi son lentamente gustato... :)
utente anonimo

#9   02 Luglio 2007 - 21:00
 
Grazie, Diluvio.
Lieto di vedere condivisa una cosa che credo importante (quantomeno allenterebbe molte ansie).
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#10   09 Luglio 2007 - 18:14
 
cruciverba dodecaedro, ma era solo un saluto.
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#11   10 Luglio 2007 - 00:36
 
e se fosse un tesseract?
ricambio il saluto.
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#12   17 Luglio 2007 - 02:37
 
Dove va a finire il passato? Dove sono le pagine scritte e, con loro, quel che pensavamo, quello che eravamo? Siano e son diventati libri per discariche?, post rinnegati, appunti sbiaditi? Possiamo affannarci ma anche la parola scolpita sulla pietra, prima o poi, scolora.
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#13   17 Luglio 2007 - 02:43
 
cronomoto, hai ragione.
la scrittura in rete è estranea a certe logiche.
però, vado a memoria..., il problema è proprio la memoria.
quando arrivarono televisione e cine il teatro si sentì soffocare da quella sovrapposizione di parole.
poche parole resistono alla memoria ma quelle della rete resistono pochi attimi.
giorni fa fu proprio il padrone di casa che, commentando la tua chiusura per ferie, invitava a ri-vedere. mi colpì, non foss'altro perché l'ho pensato, spesso.
spesso ho voglia di ripostare perché nella vita le cose da dire mica son poi tante. a meno che ci si diverta nel dare nomi diversi alle stesse cose....
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#14   28 Luglio 2007 - 23:44
 
Ri-leggo e ri-penso alle parole di Remo Sambigliong.

Credo che la memoria delle parole sia proporzionale al loro potere di penetrazione.
E il potere di penetrazione delle parole è la risposta alla donazione del tempo e della cura.
La frettolosità della lettura disperde tanto, e credo non dipenda dal supporto (cartaceo o virtuale ) scelto per le parole.
Occorre amare le parole per farle radicare.
E occorrono parole disposte a farsi amare.
Personalmente le trovo in rete e le trovo sui libri, in regime di libera concomitanza.

Ma questo è un punto di vista tutto personale.
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#15   01 Agosto 2007 - 03:23
 
Dove va a finire il passato?

è un incipit: del padrone di casa.
bellissimo nella sua semplicità.
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#16   06 Agosto 2007 - 19:45
 
Scusate tutti: torno oggi da una vacanza precoce, assolata e rigorosamente off line.


Lieto di ospitare il bel dialogo fra Remo e Nebbie e (indirettamente) Crono.


A proposito di web e carta, mi pare che Remo centri tutto sulla caducità, Nebbie sulla diversa "lentezza" (in positivo) del "consumo" della parola scritta.

Credo siano entrambi aspetti importanti: condivido lo scetticismo di Remo sulla durevolezza di qualsiasi "supporto" (quanto dureranno i blog? ci saranno sempre macchine e software per leggerli? le piattaforme reggeranno? E di contro: quanto dura un libro stampato in 300 copie e mal distribuito?).


La "libera concomitanza" di cui parla Nebbie (mostrando l'amore per le parole di cui dice) mi convince assai. Invidio la serenità, soffusa di calviniana leggerezza, che Nebbie sa mettere nei post e nei commenti (non dimentico il suo "Esoneri": ne ho fatto un programma per queste vacanze appena trascorse).
Il suo elogio della lentezza mi fa ripensare alla scherzosa (?) idea di un logo "SlowBlog" che una volta accennai, commentando Cronomoto.
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#17   07 Agosto 2007 - 00:36
 
O.T.
come vanno le prove? seducono?
:-)
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#18   07 Agosto 2007 - 18:38
 
Farolit:
contrariamente allo stereotipo delle seduzioni più note, che d'estate - complice l'abbronzatura? - pare si incrementino (dubitativo: personalmente, non saprei proprio ;) ), le mie prove in questo periodo sono davvero al minimo storico. Alla fine dell'estate, dunque, niente carnet da vitellone :))
E benché le mie vacanze siano già finite, il blog lo lascio a riposo ancora per un po'.
Grazie della visita, che ho ricambiato appena ripreso in mano il pc, trovando belle cose, come sempre.

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