Seirenes
E' il mio lavoro. Lo faccio con scrupolo, preciso e attento, anche se non posso dire che mi piaccia o mi appassioni. Tiro le funi spellandomi i palmi nonostante i guantoni in dotazione, che sono sempre logori e induriti dalla fatica umida di molte mani. Guardo dentro la cesta, frugo per non trascurare nulla; se tutto è a posto, se in mezzo non si annida qualche banale creatura buona solo per nutrimento, la rovescio nel contenitore grande, che si riempie rapidamente. Quando il sudore mi appiccica troppo i capelli alle tempie, resisto alla voglia di togliere subito le cuffie prima di allontanarmi dal mio posto per andare a fumare. Anche a distanza, senza cuffie si sentono, però. Non è grave come quando ci sei in mezzo, è vero, ma una certa impressione la fa sempre, anche a chi sta qui da anni. A volte i nuovi mi avvicinano, sempre con lo stesso discorso sulla meraviglia per le piccole dimensioni e la quantità delle nostre prede; dicono che le pensavano diverse, grandi, solenni, rare, come le raccontano da millenni. Che quel brulicare in fondo alla cesta li sconvolge. Io rispondo sempre la stessa cosa: che guardiate o no, quello che importa è che non togliate le cuffie: solo dopo che saranno addolcite dalla registrazione, filtrate sul supporto digitale, quelle migliaia di voci inaudite si potranno ascoltare senza pericoli fatali. Eccetto quello segretamente annidato nel loro nome, che sa di laccio che cattura e non lascia più andare. Li controllo senza farlo sembrare, i nuovi. So quanto sia forte la tentazione di lasciarsi portare via dai toni di quelle voci irresistibili, per chi ha addosso una qualche inquietudine nascosta. E quanto sia prezioso il frutto dei furti, rischiosissimi, ché i contenitori imbottiti in cui le infilano per portarle via non visti non sempre sono sufficienti a ovattare quei suoni. So di giovani compagni arrivare esausti e quasi folli dai clandestini che avevano loro commissionato il furto e rinunciare alla paga pattuita in cambio di una o due delle creature che avevano sottratto e che li avevano soggiogati irrimediabilmente. Un'illusione, peraltro, la loro: vivono poco, all'esterno; ingrigiscono, la voce si fa flebile, cessano i loro movimenti liquidi e muoiono, raggrinzite. A coloro che hanno resi schiavi non resta che la speranza di trovarne un'altra che assomigli a quella perduta, ma - si dice, e io ci credo - fra i milioni di individui di questa specie antichissima non ne sono mai esistiti due uguali. E' per questo che ne prendiamo il più possibile; per questo, immobilizzate nei bytes, smorzate dalla codifica, le loro nenie stridenti o pastose, acute o sussurrate hanno soppiantato subito polveri e fumi, pastiglie e foglie sminuzzate. Perché ciascuna regala una maniera diversa di perdersi.
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