Technè
Entri nella stanza e ti avvicini al bancone; fai attenzione a non toccare nulla, che non si accorga, ma cominci subito a esplorare; hai poco tempo, prima che torni. Sai che non vuole che stai lì da solo, hai troppi pochi anni per sapere toccare le strane cose dell’officina. E poi, gli piace farti delle sorprese, tenendo fra le mani le sue aggraziate o spaventose creazioni, sedendosi sul letto e mettendole improvvisamente in moto. E, ancora, sai che molte non sono per te: stridono in maniera inquietante o ronzano in maniera che a te sembra troppo monotona.
Guardi, allora. La morsa stringe una sineddoche appena incollata; non si potrà liberarla prima di domattina, poi si dovrà limare, ché le sbavature di colla fanno un tutt’uno con le congiunzioni e la rendono aspra e ruvida, fastidiosa. Sul banco, nessun ordine, eccetto le ciotole con gli aggettivi più minuti e delle piccole scatole con le esclamazioni, che si aprono raramente. Per il resto, un caos di avverbi sparsi ovunque, mescolati a metafore usate, a mezze frasi da riciclare, a nomi rari gettati lì come fossero umili ausiliari già coniugati, alle lime, alle verrine per filettare gli ossimori, alle frese per sagomare gli intrecci. Ti sposti di lato ed eccolo lì, adesso lo vedi bene: il racconto mezzo montato, l’incipit ben oliato, gli incisi disposti a interrompere le frasi lunghe, le descrizioni ancora grezze di fusione, in attesa di essere rifinite, chiasmi, anacoluti e polisindeti in bella vista, scintillanti o satinati.
Guardi sotto il piano: il cestino delle idee di scarto rigurgita di brutte storie, evidentemente grippate o con le rotelle spezzate; la cassetta consunta chiusa da un lucchetto antiquato, lo sai, conserva le idee in embrione, quelle preziose; in una cesta grande, non troppo pulita, si ammucchiano oscure paratassi, pròtasi sfilacciate, parafrasi ancora come nuove, asindeti rotti. Li pulirà con cura, valutando se può recuperare un significato, un espediente risolutivo, o se deve gettarli via del tutto.
Torni al bancone disordinato: irresistibili, le capsule di vetro con la punteggiatura attirano il tuo sguardo e le tue mani. Afferri la pinzetta e depositi con cura, ma casualmente, un paio di virgole e dei punti di sospensione sulle bacchette lucide della struttura in costruzione; guardi l’effetto, poi le soffi via, tanto nella piccola scaffalatura a muro ce ne sono diversi sacchetti pieni e quelle che hai usato e ora volano negli angoli bui non le vedrà più nessuno.
Adesso vai con lo sguardo (no, con le mani no, stavolta) a quello che più ti incuriosisce da sempre: sul secondo ripiano, allineate, alcune scatole chiuse. Dalla prima viene un misterioso ticchettìo: fa pensare a minuscoli motori capaci di dare ritmo, rapidità, di contrastare il tempo e di addomesticargli le parole. La seconda è silenziosa e trasparente: si intravvedono disegni complicati e nitidi, elenchi dettagliati, liste interminabili di verbi, qualcuno sottolineato con una linea rossa sottile, precisa, esatta. Poi quella blu scuro, che una volta hai visto aperta; ed era stata una festa, vedere le immagini affastellarsi e sovrapporsi in un caleidoscopio di colori, visibilissimi. L’ultima, socchiusa, mostra dei fili sottili, tesi; flessibili e leggermente tremanti ai piccoli rèfoli della stanza; sembrano cercare qualcosa cui attaccarsi, cose da collegare insieme, a creare complicazioni molteplici.
Accanto alle scatole, un barattolo dal coperchio a vite: non l’hai mai visto, quello; sembra nuovo. Lo apri, fai fatica, con le mani troppo piccole. Dentro, un grasso traslucido che dà sull’azzurrino, la superficie appena scalfita da un solco recente. L’etichetta di carta avorio dice “Leggerezza”.
Entri nella stanza e ti avvicini al bancone; fai attenzione a non toccare nulla, che non si accorga, ma cominci subito a esplorare; hai poco tempo, prima che torni. Sai che non vuole che stai lì da solo, hai troppi pochi anni per sapere toccare le strane cose dell’officina. E poi, gli piace farti delle sorprese, tenendo fra le mani le sue aggraziate o spaventose creazioni, sedendosi sul letto e mettendole improvvisamente in moto. E, ancora, sai che molte non sono per te: stridono in maniera inquietante o ronzano in maniera che a te sembra troppo monotona.
Guardi, allora. La morsa stringe una sineddoche appena incollata; non si potrà liberarla prima di domattina, poi si dovrà limare, ché le sbavature di colla fanno un tutt’uno con le congiunzioni e la rendono aspra e ruvida, fastidiosa. Sul banco, nessun ordine, eccetto le ciotole con gli aggettivi più minuti e delle piccole scatole con le esclamazioni, che si aprono raramente. Per il resto, un caos di avverbi sparsi ovunque, mescolati a metafore usate, a mezze frasi da riciclare, a nomi rari gettati lì come fossero umili ausiliari già coniugati, alle lime, alle verrine per filettare gli ossimori, alle frese per sagomare gli intrecci. Ti sposti di lato ed eccolo lì, adesso lo vedi bene: il racconto mezzo montato, l’incipit ben oliato, gli incisi disposti a interrompere le frasi lunghe, le descrizioni ancora grezze di fusione, in attesa di essere rifinite, chiasmi, anacoluti e polisindeti in bella vista, scintillanti o satinati.
Guardi sotto il piano: il cestino delle idee di scarto rigurgita di brutte storie, evidentemente grippate o con le rotelle spezzate; la cassetta consunta chiusa da un lucchetto antiquato, lo sai, conserva le idee in embrione, quelle preziose; in una cesta grande, non troppo pulita, si ammucchiano oscure paratassi, pròtasi sfilacciate, parafrasi ancora come nuove, asindeti rotti. Li pulirà con cura, valutando se può recuperare un significato, un espediente risolutivo, o se deve gettarli via del tutto.
Torni al bancone disordinato: irresistibili, le capsule di vetro con la punteggiatura attirano il tuo sguardo e le tue mani. Afferri la pinzetta e depositi con cura, ma casualmente, un paio di virgole e dei punti di sospensione sulle bacchette lucide della struttura in costruzione; guardi l’effetto, poi le soffi via, tanto nella piccola scaffalatura a muro ce ne sono diversi sacchetti pieni e quelle che hai usato e ora volano negli angoli bui non le vedrà più nessuno.
Adesso vai con lo sguardo (no, con le mani no, stavolta) a quello che più ti incuriosisce da sempre: sul secondo ripiano, allineate, alcune scatole chiuse. Dalla prima viene un misterioso ticchettìo: fa pensare a minuscoli motori capaci di dare ritmo, rapidità, di contrastare il tempo e di addomesticargli le parole. La seconda è silenziosa e trasparente: si intravvedono disegni complicati e nitidi, elenchi dettagliati, liste interminabili di verbi, qualcuno sottolineato con una linea rossa sottile, precisa, esatta. Poi quella blu scuro, che una volta hai visto aperta; ed era stata una festa, vedere le immagini affastellarsi e sovrapporsi in un caleidoscopio di colori, visibilissimi. L’ultima, socchiusa, mostra dei fili sottili, tesi; flessibili e leggermente tremanti ai piccoli rèfoli della stanza; sembrano cercare qualcosa cui attaccarsi, cose da collegare insieme, a creare complicazioni molteplici.
Accanto alle scatole, un barattolo dal coperchio a vite: non l’hai mai visto, quello; sembra nuovo. Lo apri, fai fatica, con le mani troppo piccole. Dentro, un grasso traslucido che dà sull’azzurrino, la superficie appena scalfita da un solco recente. L’etichetta di carta avorio dice “Leggerezza”.





