martedì, 29 maggio 2007
Technè
 
Entri nella stanza e ti avvicini al bancone; fai attenzione a non toccare nulla, che non si accorga, ma cominci subito a esplorare; hai poco tempo, prima che torni. Sai che non vuole che stai lì da solo, hai troppi pochi anni per sapere toccare le strane cose dell’officina. E poi, gli piace farti delle sorprese, tenendo fra le mani le sue aggraziate o spaventose creazioni, sedendosi sul letto e mettendole improvvisamente in moto. E, ancora, sai che molte non sono per te: stridono in maniera inquietante o ronzano in maniera che a te sembra troppo monotona.
Guardi, allora. La morsa stringe una sineddoche appena incollata; non si potrà liberarla prima di domattina, poi si dovrà limare, ché le sbavature di colla fanno un tutt’uno con le congiunzioni e la rendono aspra e ruvida, fastidiosa. Sul banco, nessun ordine, eccetto le ciotole con gli aggettivi più minuti e delle piccole scatole con le esclamazioni, che si aprono raramente. Per il resto, un caos di avverbi sparsi ovunque, mescolati a metafore usate, a mezze frasi da riciclare, a nomi rari gettati lì come fossero umili ausiliari già coniugati, alle lime, alle verrine per filettare gli ossimori, alle frese per sagomare gli intrecci. Ti sposti di lato ed eccolo lì, adesso lo vedi bene: il racconto mezzo montato, l’incipit ben oliato, gli incisi disposti a interrompere le frasi lunghe, le descrizioni ancora grezze di fusione, in attesa di essere rifinite, chiasmi, anacoluti e polisindeti in bella vista, scintillanti o satinati.
Guardi sotto il piano: il cestino delle idee di scarto rigurgita di brutte storie, evidentemente grippate o con le rotelle spezzate; la cassetta consunta chiusa da un lucchetto antiquato, lo sai, conserva le idee in embrione, quelle preziose; in una cesta grande, non troppo pulita, si ammucchiano oscure paratassi, pròtasi sfilacciate, parafrasi ancora come nuove, asindeti rotti. Li pulirà con cura, valutando se può recuperare un significato, un espediente risolutivo, o se deve gettarli via del tutto. 
Torni al bancone disordinato: irresistibili, le capsule di vetro con la punteggiatura attirano il tuo sguardo e le tue mani. Afferri la pinzetta e depositi con cura, ma casualmente, un paio di virgole e dei punti di sospensione sulle bacchette lucide della struttura in costruzione; guardi l’effetto, poi le soffi via, tanto nella piccola scaffalatura a muro ce ne sono diversi sacchetti pieni e quelle che hai usato e ora volano negli angoli bui non le vedrà più nessuno.
Adesso vai con lo sguardo (no, con le mani no, stavolta) a quello che più ti incuriosisce da sempre: sul secondo ripiano, allineate, alcune scatole chiuse. Dalla prima viene un misterioso ticchettìo: fa pensare a minuscoli motori capaci di dare ritmo, rapidità, di contrastare il tempo e di addomesticargli le parole. La seconda è silenziosa e trasparente: si intravvedono disegni complicati e nitidi, elenchi dettagliati, liste interminabili di verbi, qualcuno sottolineato con una linea rossa sottile, precisa, esatta. Poi quella blu scuro, che una volta hai visto aperta; ed era stata una festa, vedere le immagini affastellarsi e sovrapporsi in un caleidoscopio di colori, visibilissimi. L’ultima, socchiusa, mostra dei fili sottili, tesi; flessibili e leggermente tremanti ai piccoli rèfoli della stanza; sembrano cercare qualcosa cui attaccarsi, cose da collegare insieme, a creare complicazioni molteplici.   
Accanto alle scatole, un barattolo dal coperchio a vite: non l’hai mai visto, quello; sembra nuovo. Lo apri, fai fatica, con le mani troppo piccole. Dentro, un grasso traslucido che dà sull’azzurrino, la superficie appena scalfita da un solco recente. L’etichetta di carta avorio dice “Leggerezza”.
ArimaneBis, 10:22 | link | commenti (12)
Commenti
#1    29 Maggio 2007 - 13:36
 
soffiare via la punteggiatura, ecco forse quello che mi piace fare in un mio scritto...
a suo tempo io scrissi questo raccontino [ http://diluvio.wordpress.com/2007/02/27/dentro-la-mia-testa/ ]
mi sembra affine con quel che qui ho letto...
un saluto!
utente anonimo

#2    29 Maggio 2007 - 15:01
 
Bello e gustoso, dentro-la-mia-testa!
Una declinazione sul registro ironico dell'idea di materializzare la scrittura, di fisicizzarla.
Con Technè, più serioso, volevo mostrarne e sottolinearne l'artigianalità, l'aspetto "meccanico", la passione simile a quella del "tecnico" - ispirato a quelli di Primo Levi -, che inventa, sperimenta, ricicla, trova espedienti, esercita lucidità, sporcandosi letteralmente le mani di grassi, limature e altro.
Ma, sullo scaffale, anch'essi materializzati, stanno i Six memos (che poi riuscirono a essere solo cinque) di Calvino. Insieme è technè, appunto: arte, artigianato, tecnica...
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#3    29 Maggio 2007 - 15:15
 
bella quest'officina che è anche un po' laboratorio...
c'è la passione e la fatica.
ma, credo, anche un ricerca sperimentale (le cose venute male si buttano via, le altre si metton da parte , si conservano, si fanno prove di "invecchiamento", come certi composti...
e poi il resto l'hai detto tu, qui sopra.
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#4    29 Maggio 2007 - 16:12
 
non avevo colto, di primo acchito, tutti gli spunti che invece mi hai gentilmente esposto nel commento...
Sempre più interessante... grazie...
utente anonimo

#5    29 Maggio 2007 - 16:38
 
*diluvio:
grazie a te per la segnalazione: sempre piacevole verificare analogie e affinità.


*elena:
(mentre scrivevo avevo proprio pensato, fra l'altro, a certi tuoi riuscitissimi esperimenti di "materializzazione" della scrittura e delle parole!)
laboratorio, sì...
e prove di invecchiamento: ci sono cose che scrivi di getto e hai l'urgenza di mettere lì; e cose che invece tieni nel cassetto per mesi - anni, a volte - e continui a limare, a decorare o a spogliare di orpelli; o semplicemente a vedere come cambiano colore, finché non sembrano buone da bere, come un vino ben strutturato.

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#6    30 Maggio 2007 - 12:27
 
credo che Proust ci sia andato più vicino di tutti , facendosi attrezzare una stanza completamente rivestita in sughero nella quale scriveva; anche quella era a suo modo un’officina…
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#7    30 Maggio 2007 - 20:07
 
:)
(benché non sia un fanatico proustiano) ;)

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#8    31 Maggio 2007 - 08:05
 
Quel barattolo, alla fine, quello della leggerezza, è sempre difficile da raggiungere, a volte si dimentica.
Ma è indispensabile, perché i fili sottili vivano "tremolanti" e luminosi.

Mi piace immaginarlo così "dal coperchio a vite... Dentro, un grasso traslucido che dà sull’azzurrino, la superficie appena scalfita da un solco recente. L’etichetta di carta avorio..."
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#9    31 Maggio 2007 - 09:38
 
*crono:
Raro, quel barattolo. Non a caso è l'ultimo a essere messo sullo scaffale.
Dicono si tratti di un miscuglio di estratti di vite appassionate e di sorrisi discreti. Ma ci dev'essere dentro anche dell'altro.
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#10    31 Maggio 2007 - 22:19
 
mi interessa molto - mi ha interessato molto.
grazie della segnalazione - tornerò.
(il finale con la parola "leggerezza" è stato illuminante)
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#11    01 Giugno 2007 - 19:01
 


non è uno spam … voglio farmi conoscere ma in maniera mirata…
un marketing fai da te
con chi ho in comune un certo sentire e l’amore per il raccontare

ciancio alle bande che va anche bene

Ho pubblicato il mio secondo libro, stavolta un romanzo, il primo erano racconti
il titolo : La tana del salmone…

Chi l’ha letto l’ha trovato interessante
ecco un estratto di recensione webbica:..
..di LDO
http://lontanodagliocchi.p2pforum.it/?p=2715

“Il romanzo lo leggi e lo vedi.
L’Autore, è riuscito a creare un set cinematografico. Allestimenti, personaggi e messinscene. Violente e senza sentimento. Consumate e bruciate. Al ritmo della stessa velocità quotidiana.

Non c’è traccia di buona umanità.
Anche i ricordi dolci dell’infanzia, devono fare i conti con il sopruso, la violenza della storia.”

Raffaele Abbate
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#12    04 Giugno 2007 - 14:58
 
*raffaele:
grazie della segnalazione
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