Cacciatori
Alcune storie si nascondono negli angoli bui dei luoghi dove sono avvenute. Ci vuole occhio, per scovarle, esperienza. Quando ho cominciato, accompagnando mio padre nelle battute, mi sembrava impossibile perfino vederle, diafane, scure, sfuggenti. Lui avanzava piano, come indifferente, in silenzio; si fermava, attento, alzava una mano in aria, indicando con gli occhi un punto sotto un tavolo o dietro un armadio. Poi, con movimenti lenti e precisi, imbracciava la piccola balestra e inchiodava al pavimento o alla parete con il verrettone smussato l'episodio oscuro, il racconto di guerra, la scenata che, intuendo un movimento, tentavano già di fuggire, rapidissimi. Quando tornavamo, la sacca in spalla sempre piena, avevo il compito di controllare che nessuna delle prede fosse ancora viva; se ne trovavo, mio padre mi aveva insegnato a finirle con le mani, senza che delle ferite le rovinassero. Il compratore, al bancone del mercato, aveva orrore delle storie ancora vive, e d'altro canto era rimasto scottato da un carico che una volta aveva importato e che era risultato del tutto inutilizzabile: a una mancava l'incipit, a un'altra un passaggio importante per farla filare, in un'altra ancora - bella grossa, questa - il personaggio principale era stato spappolato e reso irriconoscibile da un colpo troppo violento.
Qualche scrittore era pure disposto a comprarne, di queste storie mutile, purché fossero di buona qualità e gli si facesse un buon prezzo, ma per lo più si trattava di materiale di scarto, che veniva da cacciatori improvvisati, come i tanti che adesso lavorano per grandi compagnie e che badano solo alla quantità e alle dimensioni. Le storie difettose o danneggiate però, in genere, nessuno le tiene sugli scaffali; le elimina prima che comincino a colare parole, sentimenti, esplosioni, cieli notturni; normalmente le sotterra o le getta nel fiume.
Adesso sono in tre a lavorare per me. Di tutti, Lula è la più brava a stanare e prendere le storie d'amore, quelle difficili. Non quelle che passeggiano per le strade di qualsiasi città, che pure rendono bene; è con quelle ombrose, crudeli e contorte o con quelle sottili e ispide che Lula riesce come nessuno. Le vede correre sui treni o ai margini delle autostrade o guizzare sui fili del telefono, grigie, mimetiche, quasi invisibili. O le vede aggirarsi furtive fra le sedie di un caffè fuori mano. A volte le va a prendere nelle case: resta affascinata, mi dice, dalla bellezza e dalla suggestione degli ambienti in cui vivono. Benché inconsapevoli, credo che le storie che Lula cerca – e prende, infallibilmente – abbiano sviluppato una paura istintiva per il suo profumo e per il suo passo. Lei non usa la balestra: ha una specie di cappio flessibile, lo avvicina all’inizio della storia, aspetta che per caso, o incuriosita, quella si infili un po’ e allora tira di colpo. Il cappio si stringe e lo strattone le uccide sul colpo.
Spesso mi chiedo se il nostro orgoglio di cacciatori, la soddisfazione di chi utilizza le nostre prede non siano tutti a spese di una sofferenza e di un’ingiustizia; se questa specie viva di cui noi viviamo non sia invece da lasciar vivere. Ma vivono? Quando prendono la loro forma compiuta, le storie sono in un certo senso già morte; nessuno, infatti, ha mai sentito un loro verso, né avvertito un loro respiro.
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