Finale
L'eleganza desueta e i modi formali fino all'affettazione del comandante contrastano l'aspetto spiegazzato delle nostre uniformi e delle nostre espressioni. Ci informa, chiamandoci signori, dell'ultimatum, dell'enorme sproporzione delle forze, della meticolosa crudeltà del nemico. Tutte cose che sappiamo, che ci siamo detti nelle guardiole, nelle trincee, nei magazzini. E lui sa cosa abbiamo concluso, dicendocele piano, con la voce incrinata dalla paura. Finito il discorso, senza aspettare le nostre repliche, prende in mano un antiquato revolver, fa girare il tamburo, caricandolo con dei proiettili che tira fuori uno a uno da una scatola di madreperla; alza il cane. Attendiamo, immobili, che lo porti alla tempia, già nauseati dall'idea dello schizzo di sangue e cervello sulla parete. Invece, il primo colpo tocca a me, che sono il più vicino, quello che potrebbe fermarlo. Mentre mi accascio sul tavolo, lo vedo mirare con calma, senza cambiare espressione, deciso; cinque colpi, a segno. Un amaro sorriso mi piega le labbra, quando negli occhi si fa buio e penso che non saprò mai se l'ultimo colpo è rimasto per il nemico che si presenterà alla porta o se invece macchierà di rosso la divisa senza una piega.





