giovedì, 03 maggio 2007

Tre racconti derivati dal dialogo con altre scritture.

Stoffe

C’è gente che muore senza far rumore.
Se i loro corpi evaporassero con abiti, effetti personali e tutto, forse si perderebbe traccia della loro esistenza. Per lo più sono vecchi. Senza più un’anima che ne reclami la compagnia. Soli.
Questo lo abbiamo trovato su una panchina del parco. Seduto composto, le mani in grembo, la testa appena reclinata sul petto. Come se dormisse, si dice sempre così, no? Era un vecchio ossuto con i capelli bianchi ancora folti e le sopracciglia cespugliose. Lo abbiamo sollevato e deposto sulla lettiga. Pesava quanto un ramoscello secco. Gli abbiamo composto le mani sul petto, così per una parvenza di dignità. Lo facciamo sempre, anche se poi ci sarà l’autopsia. E’ stato allora che ce ne siamo accorti. La sinistra era chiusa ostinatamente attorno a qualcosa. L’abbiamo aperta piano, un dito dopo l’altro finché sul palmo aperto non è apparso un bottone di madreperla azzurro ancora cucito ad piccolo brandello di seta dello stesso colore. Quel che restava di un vestito da donna.
(Ifspielbergneedsme)
Scoprii dopo, da tessere e vicini di casa, che era il bottone dell'ultimo vestito che aveva cucito. Per una sposa che non voleva il bianco.
Feci di tutto, allora, per entrare nella sua bottega, prima che fosse sgomberata. Stoffe, cimose, fili di lana, gessi, spilli, stracci misteriosamente ritagliati; e tappeti, mobili solenni, spazi vuoti per far girare le gonne, specchi per celebrare le vanità sue e di chi indossava.
E gli specchi, all'improvviso, regalarono alla mia pietà il loro tesoro antico. Ne sortirono dame drappeggiate di rosso per un ballo, spose bambine incerte nel tulle, signore troppo magre decorate dalla seta, nereidi innamorate estasiate dalle mussole, anziane matrone impettite nel broccato...
E a tutte, lui, il vecchio, spilli fra le labbra e gesso in mano, donava un filo, un piccolo taglio, un lieve strattone, un imbastito, sempre un sorriso.
Ripassai dopo mesi da quella bottega, quasi immemore del ballo fantastico che avevo vissuto.
"Diesel", diceva l'insegna con un urlo vestito di stoffa ruvida, azzurra.
(Arimane)
 
 
Anni di piombo

Che sarebbe stata dura, Sandra lo sapeva.  Che la solitudine la avrebbe attangliata, avvolta,  annodata.  Che arrivare in quell'ufficio e ritrovarsi da sola.  Non parlare con nessuno tutto il giorno.  Mangiare da sola. Lo sapeva. Ma che le sarebbero mancate le piccole cose, i piccoli gesti, quello non se lo immaginava. Basta poco a essere felici, e lei in quegli anni si era accontentata. Sapere che  avrebbe diviso la soliitudine con lui l'aveva aiutata e li aveva resi meno soli. Ora invece, era sola davvero. E doveva ricominciare. Un nuovo inizio. Difficile.
(Giarre)
Prese l’arma dal giaccone e si mise al lavoro: tamburo, cane, grilletto. Vanno sfregati bene e senza lasciare sfilacci di panno. Smise quasi subito, andò alla finestra; un’abitudine, ormai, quella di controllare. Chissà se lui se ne era ricordato, se magari non era stata una disattenzione a farlo prendere, chissà. Avviò la musica, Madame George, la Faithfull rivaleggiava coraggiosamente col grande autore; aspra, appassionata, that's when you fall. Riprese il lavoro, lo finì con cura e attenzione, come sempre. Molto tempo prima, credeva di ricordare, avrebbe forse voluto dedicare cura e attenzione ad altro, ma il mondo l’aveva portata lì, quella era la sua vita. Accese una sigaretta, una delle due della giornata, e ascoltando distratta la voce e le note del piano, ricominciò a chiedersi chi le sarebbe stato accanto, a coprirla, nella prossima occasione, chi avrebbero deciso di affiancarle. Una cosa era certa, su quello non transigeva: chiunque fosse, non avrebbe vissuto lì.
(Arimane) 
 
 
Macbeth reloaded

So come iniziò, ma non chiedetemi di raccontarlo adesso. Lasciate che almeno il primo momento di questa storia resti riservato finché non ne avrò scritto la fine
(Arimane).
Poi, forse, sentirò la vostra maledizione, ma sarò lontana ormai, così che l'eco si infrangerà nelle onde del mare, tra una tempesta e l'altra.
Dovessi dirvi ora come iniziò, me la fareste pagare, lo so. Siete abili, siete dappertutto, siate maledette sorelle.
(Remo)
Non avrei immaginato che entrare nella vostra casa sarebbe stato come ripetere il gesto che perse Macbeth, che da allora non avrei trovato un luogo immune dall’odore acido della vostra presenza, perché è nella mente che albergate, senza rispetto per pensieri, idee, illusioni; sogni, perfino.
Sogni, sì. Ieri una di voi ha ucciso un sogno appena abbozzato; l’ha interrotto urlandoci dentro, annunciatrice di ciò che oggi sarebbe stato, nella giornata tremenda, seppure piena di sole.
Adesso però vi sto ingannando, finalmente. Guido piano sullo sterrato, mi guardo intorno, attento a non perdere quei piccoli indizi che segnano, inconsapevoli, la strada della casa.
(Arimane)

 

ArimaneBis, 10:17 | link | commenti
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