martedì, 01 maggio 2007

Nomina nuda tenemus

Si erano trovati nella stessa squadra per caso. Contrariati, entrambi, perché gli era stata assegnata una zona del mondo che non li esaltava: il deserto non era luogo per far sfoggio delle grandi capacità che ciascuno di loro era egualmente convinto di possedere.
Lui avrebbe voluto la città, piena di cose diverse, tutte ancora immobili perché senza nome e senza qualità. Lei avrebbe voluto forse il mare, con milioni di creature da nominare e le mille onde e increspature da definire.
Si misero al lavoro, svogliati e astiosi. Fu subito gara.
Ad ogni soffio di vento (ghibli, scirocco, meltemi…), ad ogni piccolo animale che sbucava da chissaddove (lucertola, scorpione, toporagno…), ad ogni pugno di sabbia che prendevano fra le mani (granelli, pietrisco, ghiaia…) lei svelava sottigliezze, coglieva diversità impensate.
Lui rispondeva, prima sorpreso, poi appassionato. La rossa superficie, al tramonto, era tutta un brulicare di biglietti coi nomi delle cose, finalmente libere dalla prigione del non sapersi, del non potere essere dette. E quello che sembrava monotona distesa si rivelava, nel loro gioco elegante, un circo, una danza, un turbine di molteplicità discrete e nascoste.
Esausti, si appoggiarono sul pendìo di una duna. La guardò, le sorrise prima di andare via (alla città, finalmente?).
Dimmi solo una cosa: come hai imparato a “usare e piegare il mondo” con le parole?
Ho dovuto farlo, per non farmi imbrogliare;
c’avevo un fidanzato, duemila anni fa, che amava i giochi di parole.

(Ispirato da Manginobrioches, Allitteratura, della quale è l'explicit in corsivo)

ArimaneBis, 19:56 | link | commenti
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