mercoledì, 18 aprile 2007

Desistenze
 
Provate a riscriverlo in duecento parole, adesso. Potete leggere il saggio sull’importanza della sintesi, per cominciare. Così, aveva detto. Ma, per quanto rifletta sulle indicazioni del brillante scrittore che mi parla dal manuale, per quanto riguardi i miei appunti della lezione sul minimalismo, le parole necessarie rimangono molte di più. Duecento! Come si fa a dire del viaggio esaltante, del dito impaziente sul grilletto, della fine del mondo… In duecento parole!
Spengo tutto, chiudo il taccuino, accendo una sigaretta. Probabilmente non sono fatto per queste cose. Quando, entusiasta, avevo sentito le parole che si affollavano sulla punta delle dita, vogliose di materializzarsi in segni sullo schermo, avevo pensato a un fatto privato, fra me e la penna. L’idea delle copertine lucide, dell’inchiostro fresco, delle copie da regalare venne dopo; e con quella, l’ansia di strappare l’ingenuità dalle righe che scrivevo.
All’Accademia, arrivò per primo l’incubo della punteggiatura; ben piazzato nel corteo sussiegoso dell’incipit efficace, del plot ben strutturato, della resa dei dialoghi. Ore di arrovellamento sul discorso diretto mi tolsero ogni piacere nel far muovere i personaggi che avevo freschi in mente, nel bel teatro che avevo costruito. Avevano cominciato smontandomi le scenografie: togli quel cielo azzurro, non vorrai scrivere come… Poi la narrazione: sfuma, alludi, evita di definire troppo. Asciuga! L’ossessione di tagliare tutto: aggettivi e avverbi cadevano come rami appena potati. L’idea di usare qualche parola in dialetto fu sezionata in lunghe discussioni; alla fine fui io stesso a scartarla.
Confuso, frustrato dalla lettura in gruppo delle mie righe arate e ripassate mille volte dalle forbici e dalle gomme, decido di rinunciare.
 
- Lascia anche lui? Non ci avrei mai creduto, sembrava tetragono.
- E’ caduto sulla sintesi, come molti. Difficile che non funzioni. Sentirsi in colpa per un periodo con due subordinate è fatale, per lo più. Un veleno quasi infallibile che fa appassire qualsiasi ispirazione.
- Sono tredici, così, quest’anno. Saranno contenti, all’Associazione.
- Sì, credo di sì. Ma ne spuntano sempre di più. Ed è sempre più difficile convincerli che non sono tagliati.
- E certo! Sono sempre più bravi. Questo affare dei blog li fa crescere benissimo, una specie di vivaio.
- Sì, hai ragione. Il mese scorso, il Presidente mi ha mostrato un manoscritto da premio. Eccellente, davvero. Stiamo cercando di convincere l’autore a iscriversi da noi, nella sede della sua città. Poi, magari ci vado io stesso. Sarà dura trovare il modo di smontargli tutto, ti assicuro.
- Se vuoi una mano… Dopotutto sono consulente dell’Accademia, non ci sarebbe nulla di strano. Un seminario con un ospite…
- Grazie, ti tengo informato. Non lo dimentico, come hai annichilito quello, l’anno passato.
- Ah, quello! Non era pericoloso, scriveva solo incipit. Ne sai più nulla?
- No, scomparso, come tutti gli altri. Funzionano, i nostri metodi.
- Beh, li abbiamo studiati a lungo… Non possiamo permetterci che vengano fuori, tutti questi; la gente compra già così pochi libri... Figuriamoci!
- Già. E poi, vuoi mettere, i giornali, la televisione, i premi e, domani, le storie della letteratura; essere così tanti… a malapena una riga ciascuno.

ArimaneBis, 00:14 | link | commenti
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