Jeux d'enfants
(nel fantasmagorico e sognante blog di razkin, il Circo)
Era un tempo in cui perfino al centro di una grande città potevi trovare uno spazio ancora risparmiato dalla costruzione e non ancora decorato dalla dignità del giardino. Il Campaccio, lo chiamavamo. Proibitissimo, per cautela non di siringhe – di vetro, grandi, allora, e si sterilizzavano nelle pentole – ma di ingenui cocci e forse di nascosti scoscendimenti.
Nella fredda mattina di vacanza eccitata da alberi e attese di doni ne provenivano strani stridìi e tonfi pesanti e voci inconsuete. Senza che i muri annunciassero, senza che i vigili fermassero lo scarso traffico, un tendone di tela tentava di gonfiarsi spinto da braccia e da un ansimare forte di uomini.
A tavola, famiglia riunita, fu proclamato il Circo. Inconsueta l’uscita quasi a sera, ridicolo l’incappottarsi accurato per i due passi sulla strada che divideva dal campo, sorprendente l’entrata con le assi, a scavalcare l’invalicabile muretto. Mai sentito l’avvolgente odore animale che stazionava attorno alla cupola a punta e si addensava appena entrati in quell’inconcepibile stanzone di stoffa.
Ci apparve immenso, lo spazio battuto sulle asperità del Campaccio e chiuso dalle cortine legate con rozze corde marinare. E immensa la gabbia che si apprestavano a montare. Guarda, è aperta sopra, e se le belve saltano? Ma l’unica belva visibile fu un anziano leone che, sbadigliando, sembrava ruggire in playback - ma non sapevamo che esistesse il playback, allora - e che il domatore arditissimo affrontava con tanto di frusta - lunghissima, che arrivi fin qui, uno schiocco? - e di sedia ostentata a mo’ di improbabile scudo.
La giacca ad alamari dell’uomo - anziano quanto il leone, se non più - tesa sulla pancia, forse una cucitura allentata, forse un risvolto sbiadito, scomparve in un applauso dopo mille vani tentativi di svegliare il vecchio felino. Scomparve la giacca, sì, solo quella, ché il domatore – ce ne accorgemmo subito – tornò trasfigurato nei panni del pagliaccio, accompagnato da un bianco giovane incipriato e lustro d’argento. Botte e risate, appena iniziate, furono subito finite e fu annunciata la cavalcata. Che fu di un ronzino già candido, abile a girare una volta la pista, abbastanza da lasciare dei mucchi fumanti e odorosi.
Ma pulite lì! Prima che le luci si spengano, prima che il riflettore – mai visto, sapeva di faro e di magia – gettasse la sua luce concreta di fumo – niente scritte sul danno ai bambini, sui pacchetti, allora - e inquadrasse ad altezze che parvero sconfinate corpi scolpiti in tute bianche e triangoli di corda e legno ondeggianti su una rete. Presa coi denti e con le braccia, lei volteggiava per mezzo giro e poi ricadeva in pista con un salto per noi incredibile. E la musica roca annunciava già il finale, con tutto il corteo degli eroi della giornata, cavallo in testa e leone al guinzaglio come un grande cane felino e benevolo.
Costava poche monete, ed era vicino, così la povera magia del tendone potè ripetersi più volte, nei pochi giorni dell’attesa dei pacchetti colorati da lacerare, del dolce da mangiare, dei parenti non assidui nel resto dell’anno. E ogni volta si scopriva silenziosamente un segreto.
A porgere il biglietto - stropicciato, a volte, ché era raccolto da terra a fine serata e riusato - un braccio decorato di lividi svelava la sospetta somiglianza della donna con l’angelo che aveva e avrebbe volteggiato ad altezze inimmaginabili, appesa a un filo. E il leone mostrava un crudele collare che, tirato, ne provocava il breve e sommesso ruggito. E se la donna andava a infilare la calza di seta, ai ritardatari era il pierrot in borghese – ma i lustrini rimasti fra i capelli e uno sbaffo di biacca sul viso lo denunciavano – che prendeva le monete e offriva il passaporto per la magìa.
Passata la prima, si andava anche con parenti e cameriere, presto, ché non era più solennità da richiedere la famiglia al completo. Ma era gioia vera e inattesa, scendere le scale ogni sera e aspettare la gualdrappa e i pennacchi del cavallo stanco.
Finché la stanchezza non finì, per la bestia – probabilmente - in un mattatoio segreto; in una mattina di sole si videro uomini desolati fuori dal tendone e sbirri che domandavano e annotavano. Rubato il cavallo! L’eco della frase era dura e fredda come pietra. Rotto l’incantesimo, ad opera di malvagi, o - più probabilmente - di affamati.
Non fu come prima, l’ultima sera. Il domatore e padrone cappello in mano a chiedere aiuto girando torno torno alla gabbia. Il quartiere, intero attorno alla pista - ladri compresi, credo - fu generoso e, smontato rapido il tendone, caricate le poche macchine di addobbi, travi e fruste, il circo impacchettato lasciò il Campaccio alle solite erbe e ai randagi. Io – mi pare - diedi una moneta.





