Il collezionista
(fra le Memorie dell’Organizzazione, sul blog di Cronomoto)
Sono il famoso Scorpo,
dell’acclamante tuo circo, Roma,
vanto e gloria, plauso ed effimera delizia.
Lachesi invidiosa mi rapì a ventisette anni,
contò le mie vittorie e mi credette vecchio
(Marziale, Epigrammi, Lib. X, 53)
Eccolo, è lì, cammina per strada, le mani in tasca, forse a stringere rabbie senza profilo.
Il passo è spedito, ma a me fa sospettare che non vada in nessun luogo. Lo salutano con grandi sorrisi, gli cedono il passo; lui si ferma, ricambia i sorrisi, ringrazia con imbarazzo finto o vero.
Non ha mai perduto, colleziona successi. Li tiene in disordine, ammucchiati fra carte, disegni e orologi. Ogni tanto li guarda, con fastidio o con nostalgia. Stanco. Addosso i segni delle vittorie, come ferite.
Avvicinarlo è semplice; più difficile destare il suo interesse. Lo faccio con discrezione, nel tempo. Non ci può essere fretta, nel mio lavoro.
Presa confidenza, in punta di piedi gli suggerisco; un giorno semplicemente un dubbio, un altro come uno scarto, un altro ancora un guizzo della mente.
Alla fine, mi decido a rischiare. Prendo una delle sue coppe, non so più quale trofeo, ci verso del vino, la porto alle labbra. Sembra sorpreso nel vedere che di quel premio si possa far uso; che non si tratta di un oggetto da posare fra gli altri, imbarazzante. Posa il suo bicchiere, toglie gli occhiali, stropiccia gli occhi. Ci penserà, lo so, nelle ore che predilige, quando tutto è silenzioso.
Adesso guardo la finestra illuminata. Dietro il vetro, lo immagino a fissare un foglio dove ha disegnato linee e punti e spirali. Aggiunge i colori alle immagini che si disegnano nel suo sguardo. Un filo d’inchiostro si distende a tracciare parole limpide; vede un prato che sembra senza fine.
Lo vedo uscire sulla strada incerta della notte; di nuovo cammina, ma non si sforza di apparire deciso, si ferma a guardare un riflesso, a cogliere una nota perduta. Siamo arrivati al mare. Da lontano, lo vedo rivolto verso le onde pigre, che non si distinguono.
Il cielo è ancora nero, quando ritorna; si ferma, si gira, come mi avesse visto. Nell’istante brevissimo in cui una luce di passaggio lo rischiara, ho l’impressione di leggere un sorriso.
Penso che forse quel lavoro è finito.





