Cronache dal Deposito
(uno sviluppo)
Dove va a finire il passato? La domanda è banale, lo so. Posta troppe volte, risposta troppe volte. Da quando - bambini - chiedemmo, fiduciosi di sentirci dire di altri mondi, a quando – filosofi, storici o scienziati – abbiamo detto, sdegnosi, non ha senso o abbiamo risposto con sicumera che c’è un dove qui o altrove. Dunque, non voglio stupire nessuno, ponendola adesso, la domanda. Ma penso che valga la pena, perché ho una novità. Ho visto il deposito, ci sono stato ieri mattina.
Si entra scalzi, non si sa perché. Il guardiano – mezza età, mezze parole – prende le calzature e le mette su uno scaffale. Ti dà un gettone, come ti aspetti.
Si paga, poi. Non costa molto: qualche capello, una goccia di sangue, i sogni di una notte. Decide quello che sta al bancone, anonimo anche lui, anche lui di poche parole.
Non c’è molta gente. Gli storici da tempo sanno che guardare il passato non è diverso da guardare il presente; non si vede tutto. Preferiscono ricostruire, ipotizzare, sulla base di segni e di frammenti. In fondo sono le uniche cose ancora reali di una realtà che non c’è più, quelle che agiscono ancora.
I poeti, forse, gli amanti, la gente a lutto; quelli forse ci vanno, ma in pochi. Troppo dolore, troppo rimpianto. Il ricordo è diverso: lo modelli, lo sfumi, se fa male. Ma vederli lì, vivi, no. Chissà, i più preferiscono non vedere, non tornare, o non sanno come trovare la porta, che è anonima, senza targhetta, infatti.
Sorge il sospetto, insomma, che il Deposito sia inutile. Basterebbero i tanti piccoli depositi nelle menti di ciascuno di noi. Ma naturalmente è diverso, l’ho detto.
Ci si aspetterebbe – considerando la quantità del materiale accumulato – uno sterminato catalogo, macchine intelligenti a gestirlo. No, solo carta, e un po’ in disordine, pure. Una stanza modesta, sorprendentemente non grandissima. Il faldone di quell’anno non si trova, un altro è aperto e manca qualche foglio.
Sono mappe, con una chiave attaccata a ciascuna. Stropicciate, alcune. Altre sembrano appena disegnate, mai usate. Le rintracci a fatica, scorrendo indici pieni di correzioni; apri il faldone, la mappa ti guida nei corridoi, infiniti - questi sì - fino alla toppa giusta.
Le stanzette sono spoglie; anzi non sono stanze, ma come dei corridoi circolari. Finestrelle in successione, a varie altezze, sul muro. Vuoi vedere quel momento da bambino? Chinati e guarda dalla finestra in basso. Lo stesso episodio dal punto di vista obliquo di un passante? Spostati a sinistra, un passo avanti, quella finestrella che si oscura e si illumina, intermittente, sulla stessa scena, occhiata laterale.
Viene da chiedersi quante sono, le stanze di osservazione. Naturalmente infinite, viene da rispondere. E invece non è così: per quanto inconcepibile, il numero delle stanze è un numero finito. Si incrementa in ogni istante, questo sì, inseguito dallo scorrere del tempo. C’è perfino la scena di queste mani che digitano queste parole, un attimo fa.
Non ci sono, invece, le cose che nessuno ha visto accadere. Non potremo vedere la nascita di quella stella, ad esempio, perché nessuno l’ha vista allora; in un certo senso non è mai avvenuta. Il passato è umano, non esiste indipendentemente dalla percezione, dalla memoria, dal racconto.
Nessuno ti guida, né nella stanza del catalogo, né per i corridoi. Nessuno informa di nulla. Se ti perdi sono fatti tuoi, non torni più a riprenderti le scarpe, a vedere il presente - la realtà, la chiamiamo. Continui a vivere, certo. Non hai bisogno di mangiare, né di medicine. Non cambi, qui, né nel bene, né nel male. Ma sei perduto, scomparso. Quando, casualmente, ritrovi la strada, rimetti le scarpe ed esci, può capitarti che i tuoi vestiti siano fuori moda – anche le scarpe, sì – e che a casa tua la serratura sia stata cambiata.
Vi chiederete come so tutte queste cose; in fondo ci sono stato soltanto un paio d’ore, nel Deposito, anche se intendo tornarci. E lì, l’ho già detto, nessuno informa di nulla. Sai tutto, appena entri, perché sai, intuisci almeno, cos’è e come funziona la memoria. Lì è soltanto moltiplicata, universale. Tutti i punti di vista, tutti gli eventi.
Non dovete illudervi di possederlo, quello che vedete. Intanto non riuscireste a contenerlo; e poi non servirebbe a nulla. Impossibile mettere in relazione tante cose. Resta un caleidoscopio, da guardare e basta. Qualcosa rimane, molto si perde; solo impressioni.
Poi c’è il problema del punto di vista. Saresti in grado di reggere lo sguardo dell’assassino efferato che sta tormentando la sua vittima? Riusciresti a sopportare di vedere il mondo – un pezzo di mondo - dalla disperazione di uno psicopatico? O più semplicemente, a vivere un incontro d‘amore dall’altra parte, rispetto a quella a te congeniale?
I pochi che ci sono stati non lo dicono, non ne parlano. Ma quelli che ho incontrato lì parlano di leggende del luogo. Uno raccontava di quello che tentava da anni di entrare nella scena che vedeva, scavando ogni giorno il muro con le unghie. Un altro di una stanza vuota: ci si affacciava e non c’era nulla da vedere, nulla di nulla; si dice che quelle finestrelle si aprissero sulla vita di un meschino.
(adesso anche in A -Tempo)





