venerdì, 16 febbraio 2007

Cronache dal Deposito
(uno sviluppo)

Dove va a finire il passato? La domanda è banale, lo so. Posta troppe volte, risposta troppe volte. Da quando - bambini - chiedemmo, fiduciosi di sentirci dire di altri mondi, a quando – filosofi, storici o scienziati – abbiamo detto, sdegnosi, non ha senso o abbiamo risposto con sicumera che c’è un dove qui o altrove. Dunque, non voglio stupire nessuno, ponendola adesso, la domanda. Ma penso che valga la pena, perché ho una novità. Ho visto il deposito, ci sono stato ieri mattina.

Si entra scalzi, non si sa perché. Il guardiano – mezza età, mezze parole – prende le calzature e le mette su uno scaffale. Ti dà un gettone, come ti aspetti.
Si paga, poi. Non costa molto: qualche capello, una goccia di sangue, i sogni di una notte. Decide quello che sta al bancone, anonimo anche lui, anche lui di poche parole.

Non c’è molta gente. Gli storici da tempo sanno che guardare il passato non è diverso da guardare il presente; non si vede tutto. Preferiscono ricostruire, ipotizzare, sulla base di segni e di frammenti. In fondo sono le uniche cose ancora reali di una realtà che non c’è più, quelle che agiscono ancora.
I poeti, forse, gli amanti, la gente a lutto; quelli forse ci vanno, ma in pochi. Troppo dolore, troppo rimpianto. Il ricordo è diverso: lo modelli, lo sfumi, se fa male. Ma vederli lì, vivi, no. Chissà, i più preferiscono non vedere, non tornare, o non sanno come trovare la porta, che è anonima, senza targhetta, infatti.
Sorge il sospetto, insomma, che il Deposito sia inutile. Basterebbero i tanti piccoli depositi nelle menti di ciascuno di noi. Ma naturalmente è diverso, l’ho detto.

Ci si aspetterebbe – considerando la quantità del materiale accumulato – uno sterminato catalogo, macchine intelligenti a gestirlo. No, solo carta, e un po’ in disordine, pure. Una stanza modesta, sorprendentemente non grandissima. Il faldone di quell’anno non si trova, un altro è aperto e manca qualche foglio.
Sono mappe, con una chiave attaccata a ciascuna. Stropicciate, alcune. Altre sembrano appena disegnate, mai usate. Le rintracci a fatica, scorrendo indici pieni di correzioni; apri il faldone, la mappa ti guida nei corridoi, infiniti - questi sì - fino alla toppa giusta.

Le stanzette sono spoglie; anzi non sono stanze, ma come dei corridoi circolari. Finestrelle in successione, a varie altezze, sul muro. Vuoi vedere quel momento da bambino? Chinati e guarda dalla finestra in basso. Lo stesso episodio dal punto di vista obliquo di un passante? Spostati a sinistra, un passo avanti, quella finestrella che si oscura e si illumina, intermittente, sulla stessa scena, occhiata laterale.

Viene da chiedersi quante sono, le stanze di osservazione. Naturalmente infinite, viene da rispondere. E invece non è così: per quanto inconcepibile, il numero delle stanze è un numero finito. Si incrementa in ogni istante, questo sì, inseguito dallo scorrere del tempo. C’è perfino la scena di queste mani che digitano queste parole, un attimo fa.
Non ci sono, invece, le cose che nessuno ha visto accadere. Non potremo vedere la nascita di quella stella, ad esempio, perché nessuno l’ha vista allora; in un certo senso non è mai avvenuta. Il passato è umano, non esiste indipendentemente dalla percezione, dalla memoria, dal racconto.

Nessuno ti guida, né nella stanza del catalogo, né per i corridoi. Nessuno informa di nulla. Se ti perdi sono fatti tuoi, non torni più a riprenderti le scarpe, a vedere il presente - la realtà, la chiamiamo. Continui a vivere, certo. Non hai bisogno di mangiare, né di medicine. Non cambi, qui, né nel bene, né nel male. Ma sei perduto, scomparso. Quando, casualmente, ritrovi la strada, rimetti le scarpe ed esci, può capitarti che i tuoi vestiti siano fuori moda – anche le scarpe, sì – e che a casa tua la serratura sia stata cambiata.

Vi chiederete come so tutte queste cose; in fondo ci sono stato soltanto un paio d’ore, nel Deposito, anche se intendo tornarci. E lì, l’ho già detto, nessuno informa di nulla. Sai tutto, appena entri, perché sai, intuisci almeno, cos’è e come funziona la memoria. Lì è soltanto moltiplicata, universale. Tutti i punti di vista, tutti gli eventi.
Non dovete illudervi di possederlo, quello che vedete. Intanto non riuscireste a contenerlo; e poi non servirebbe a nulla. Impossibile mettere in relazione tante cose. Resta un caleidoscopio, da guardare e basta. Qualcosa rimane, molto si perde; solo impressioni.

Poi c’è il problema del punto di vista. Saresti in grado di reggere lo sguardo dell’assassino efferato che sta tormentando la sua vittima? Riusciresti a sopportare di vedere il mondo – un pezzo di mondo - dalla disperazione di uno psicopatico? O più semplicemente, a vivere un incontro d‘amore dall’altra parte, rispetto a quella a te congeniale?

I pochi che ci sono stati non lo dicono, non ne parlano. Ma quelli che ho incontrato lì parlano di leggende del luogo. Uno raccontava di quello che tentava da anni di entrare nella scena che vedeva, scavando ogni giorno il muro con le unghie. Un altro di una stanza vuota: ci si affacciava e non c’era nulla da vedere, nulla di nulla; si dice che quelle finestrelle si aprissero sulla vita di un meschino.

(adesso anche in A -Tempo)

 

ArimaneBis, 01:18 | link | commenti (22)
Commenti
#1   16 Febbraio 2007 - 14:22
 
Ho consegnato all’entrata del Deposito tutti i sogni che ricordavo.
Mi sento leggero, più che svuotato. Non cerco un ricordo, per questo sono qui.
Cerco la stanza giusta, mi guida l’istinto.
Lo vedo seduto circondato dai libri che deve ancora aprire; sta preparando l’esame di maturità e non ha ancora sfiorato una pagina. Pallido, teso, capelli arruffati, magrissimo, consumato dagli eccessi di un anno speso male. Pensa di dover ritrovare quella poca razionalità che è in lui, ma è spento, non ce la fa.
Qualcuno lo sta osservando, ugualmente magro, ma disinvolto, abbandonato sul letto, a piedi scalzi, jeans capelli bagnati e una camicia rosso brillante, leggera. E’ l’immagine dell’impulso, dell’irrequietezza. I due si guardano, si scambiano il posto.
Esco sorridendo: ora capisco perché sono ancora qui.
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#2   17 Febbraio 2007 - 00:06
 
se morirò da solo, sarò immortale, perchè nessuno mi avrà veduto morire.
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#3   17 Febbraio 2007 - 11:44
 
*crono:
immaginavo che ci fossi stata, al Deposito... :)


*ice (bentornato!)
borges scrive di rovine di grandi civiltà, nella foresta, tenute in piedi solo dallo sguardo dei cavalli selvaggi che vanno a brucare lì vicino...
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#4   17 Febbraio 2007 - 16:59
 
dove va a finire il passato?

è geniale.
è uno di quei rari incipit che ti fanno alzare il capo, socchiudere gli occhi, pensare. che tutto è affidato ai capricci dei ricordi.

passato, dove sei?

buon proseguimento
remobassini
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#5   17 Febbraio 2007 - 18:47
 
Eh, Remo!
E poi mi inviti a nozze, scrivendo un post con un ricordo che parte da una foto!
Ma parte soltanto, giustamente. Poi si costruisce di narrazioni altrui, di silenzi, di omertà e di sussurri, di altri oggetti e - perché no? - di desideri.
C'è chi pensa che una foto possa essere come una delle finestrelle del Deposito. In realtà incornicia una realtà statica, ed è un oggetto diverso da quello che raffigura, ecc. ecc., come sa bene chi riflette sulla cultura visuale. Insomma, si cerca - con dell'altro - di dare spessore all'immagine bidimensionale, nel tentativo di costruire una delle scene finite nel Deposito (dove, dimenticavo, è vietato portare fotocamere).
Belle pagine su questo e dintorni in J.Hart, Il danno, dove uno cerca nelle foto i possibili segni del destino futuro dei raffigurati...
Lietissimo che l'incipit ti sia piaciuto. E che consideri vero "inizio" quella semplice frase.



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#6   18 Febbraio 2007 - 00:40
 
Stavo cercando qualcosa di speciale prima di chiudere il computer e andare a letto.
Il racconto della staffa. Ne è valsa la pena. In fondo mi è costato solo qualche capello...
utente anonimo

#7   19 Febbraio 2007 - 11:22
 
ma questo post è bellissimo.
Mi viene in mente "Piccola città" di Thornton Wilder. L'angoscia che prende la protagonista, morta in giovane età, quando torna per un giorno a rivedere il suo passato e si accorge della scarsissima consapevolezza del presente che abbiamo vivendo...
Brava.
Anna
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#8   19 Febbraio 2007 - 12:48
 
sì ribadisco: questo post è una delle cose più belle lette in rete negli ultimi mesi.

remobassini
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#9   19 Febbraio 2007 - 15:21
 
Lascia un prevedibile magone, la bellezza di questo racconto. Mentre leggevo, gli spazi di questo Deposito sembravano combaciare con il ricordo di quelli del Cimitero dei Libri Dimenticati di C. Ruiz Zafón. Solo che lì si diceva di libri che ti aspettano, anche tutta una vita, per farsi incontro, per appartenerti, perché tu scelga proprio loro (o loro te?). Mentre nel Deposito, oltre le mappe, oltre le cose accadute grazie allo sguardo che su di loro almeno una volta si è posato, nulla ti reclama... anzi, tutto sembra compiacersi di sfuggirti, di non darsi, di non appartenerti.
Molto molto bello, tutto.
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#10   19 Febbraio 2007 - 17:11
 
Bello, suggestivo, espandibile.
Un racconto filosofico e potenziale.

ciao
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#11   21 Febbraio 2007 - 22:28
 
Che bello, Arimane.
Come entrare in un alveare universale: di carta e sincronico .
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#12   22 Febbraio 2007 - 03:15
 
Lieto che il Deposito sia stato occasione di ritorni graditissimi: babel, ihadadream, nebbie, i vostri commenti arricchiscono una cosa che mi è cara e me ne fanno vedere aspetti impensati.


Grato a Remo per il lusinghiero raddoppio.


*anonimo:
"il racconto della staffa" è un concetto che adotto immediatamente per le mie letture notturne che non vorrebbero mai finire.


*paolo ferrucci:
cogli nel segno: si tratta sempre di un incipit, per quanto lungo.


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#13   05 Aprile 2007 - 15:32
 
deposito ridepositato
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#14   07 Aprile 2007 - 17:36
 
Ma è bellissimo. Immagino ipotetiche agenzie di viaggi che ti organizzano un tour nel deposito. Geniale l'idea del gettone, delle scarpe. Le stanze spoglie. Bravo.
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#15   14 Aprile 2007 - 09:45
 
Un deposito per il passato! Che bella poetica idea! Io sarei tentata di andare, ma forse sarei di quelle che rischierei di perdermi...meglio non rischiare! Post bellissimo davvero.
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#16   13 Novembre 2007 - 09:51
 
Cronache dal Deposito

[..] (di ArimaneBis) Si entra scalzi, non si sa perché. Il guardiano – mezza età, mezze parole – prende le calzature e le mette su uno scaffale. Ti dà un gettone, come ti aspetti. Si paga, poi. Non costa molto: qualche cape [..]
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#17   13 Novembre 2007 - 10:13
 
riletto con grande piacere.
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#18   13 Novembre 2007 - 12:34
 
*Triana:
:)
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#19   13 Novembre 2007 - 14:40
 
benedetto sia il tempo, anche e soprattutto il presente, che mi concede la possibilità di ampliare le mie conoscenze blogghistiche a cavallo di una iniziativa paradossalmente a-temporale.
sto scoprendo chicche da ipotalamo gaudente...
piacere della tua conoscenza
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#20   13 Novembre 2007 - 17:39
 
:)
Contenta di rileggere Cronache dal Deposito nella bella iniziativa di Effe dedicata al Tempo

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#21   13 Novembre 2007 - 18:56
 
*Cybbolo:
Il piacere è mio.
Spero che scopriremo (nel Tempo) tante altre chicche, a vantaggio dell'ipotalamo e del suo godimento ;)


*Crono:
Si era parlato molte volte del piacere delle riletture.
Bello, trovare un secondo commento della stessa mano a distanza di Tempo ;)
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#22   15 Novembre 2007 - 14:34
 
Ti ho scoperto grazie a Bassini, che ringrazio. Bellissimo post, davvero magico, complimenti! Tornerò....
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