Capodanno
Stiamo smontando tutto velocemente. L'accordo era chiaro, d'altronde: non un minuto più tardi; gli altri non possono aspettare. Uno ripiega i grandi teloni dei fondali, un altro stacca tutti i cavi - oddio! fai piano, sennò poi ci sarà il solito groviglio inestricabile! - quell'altra trasporta disinvolta le enormi rocce di cartapesta della recita di qualche mese fa. Attorno ai camion - serbatoi già pieni, autisti a fumare nel freddo accanto alla cabina - si ammucchiano mobili, involti dalla forma indefinita, coperte ripiegate, grandi amicizie, pacchi di foto, strumenti, bottiglie smezzate, risentimenti. Gli scatoloni con le cose rotte o ormai inservibili, segnati con l'adesivo rosso, sono già impilati in fondo al cassone. Come sempre, cerchiamo di essere ordinati, ma sappiamo che non è possibile; e poi: quando mai li riapriranno, questi bagagli?
Uno sguardo veloce al palcoscenico: quell'amore lì, cosa ci fa? Di chi è? Rischiamo di dimenticarlo, e magari quelli che arrivano lo gettano via insieme agli spezzoni di corda, ai barattoli vuoti, ai piccoli residui che per la fretta non raccogliamo. Lo prendo, lo infilo nell'ultima scatola ancora aperta, quella - inevitabile - delle cose importanti alla rinfusa. Scivola sul fondo, fra confezioni di invidie, quadri non finiti, pacchetti di lettere, passioni ancora calde, boccette d'inchiostro verde; al sicuro.
Guardo l'orologio: mancano pochi minuti; davanti all'altra entrata - quella bella, tutta nastri e luci lampeggianti (che emozione, passare sotto i festoni, allora!) - dagli autobus dei nuovi cominciano già a scendere, eccitati. Curioso, guardo di sottecchi una ragazza carina con l'aria da maestra, gelosie e progetti scintillanti sotto il braccio; un soldato dall'uniforme ben stirata - emozioni forti nel taschino - che si guarda intorno un po' smarrito; un uomo alto e ben vestito con una vendetta che esce un po' dalla borsa; pacchi di sospetti e di allegrie ai piedi delle scalette di carico.
Auguri, penso.





