sabato, 19 luglio 2008

Editing

Mai potuti sopportare, quelli autobiografici. Vero che questo qui è meno banale del solito, non spiattella troppi nomi e luoghi, è sufficientemente allusivo, c'è perfino qualche riferimento a problemi sociali sullo sfondo; ma sempre di fatti suoi si tratta. Proprio non riesco ad appassionarmi, anche nella vita reale, quando sento di drammi personali che non posso cogliere o quando chi parla scivola nell'intimistico.
Comunque, si tratta di lavoro, non mi pagano perché mi piaccia quello che leggo, ma per renderlo appetibile, consono al gusto corrente, per spianare le asperità e le eccessive originalità che lo renderebbero non commerciabile (certo, devo pure raddrizzare frasi incongrue, cassare anacoluti, correggere l'ortografia, perfino, ma questo è un'altra storia).
Allora: qui dice che entra in macchina e parte sgommando, arrabbiato, lasciandola in lacrime sul marciapiedi. Diamo un po' di concretezza, facciamo che la macchina è rossa (velocità, aggressività, ci stanno bene col carattere di lui e con la scena); e lei? Non ha un nome? Vado indietro a cercare: niente! Non le ha dato un nome, e siamo già al quarto capitolo! No, no, mica possiamo lasciare al lettore la scelta di chiamarla Maria o Nunzia: guasterebbe tutto! Dunque, un bel nome alla moda: "Mara rimase in lacrime sul marciapiedi…", "lasciando Asia in lacrime sul marciapiedi". Asia, sì, meglio, più evocativo.
Oddio! Ma non può descrivere così il salotto in cui si incontra con l'avvocato sospetto (sì, c'è pure un mezzo intrigo, appena accennato, va sviluppato)! Via l'allusione alle pareti coperte di scaffali pieni di libri: fa troppo intellettuale, oggi non si parla più di librerie, ma di pareti attrezzate, con il posto per la tivù e il decoder, gli scaffali stretti per i divvidì, al più.
Ieri ho già lavorato come una disperata per trovare tutti i cenni al lavoro del protagonista e cambiarli come conviene: lui diceva giornalista. Macché. Banalità fuori moda. Broker finanziario, almeno. E devo ricordarmi di farlo apparire sempre in giacca e cravatta, via tutti i maglioni e i giacconi, per carità!
Finite queste quisquilie verrà il bello: alla prima lettura ho già pensato alla conclusione. Il manoscritto finisce lasciando nel vago la sorte del personaggio, dopo la scoperta del sospetto intrigo. Ma no! Non sia mai che i lettori, gli acquirenti, immaginino che nei nostri romanzi non ci sia il colpo di scena conclusivo, o la catarsi, o il finale macabro. Addormentandomi, stanotte, mi è già venuta l'idea: l'avvocato gli chiede un secondo incontro, ma al posto convenuto lui trova un killer che gli spara. Vediamo, domani, di metterlo giù.

Stavolta sto esagerando. Certo, non è la prima volta che dimentico dove ho parcheggiato la sera prima, ma ieri non avevo fatto tardi, né bevuto, e ricordo benissimo di avere lasciato qui la macchina, dopo avere telefonato ancora una volta all'editore. Guardo meglio, ma non vedo nessuna auto bianca, nella fila. Ma, un momento: quella targa è la mia! Sta su una macchina rossa, stesso modello, ma rossa! Faccio scattare l'antifurto, infilo la chiave, tutto funziona. Penso in rapida successione: mi hanno riverniciato l'auto per scherzo, hanno cambiato la targa, sto sognando. Scarto tutte queste ipotesi assurde, ma faccio fatica a trovarne altre.
Chiamo Nunzia, penso, mi faccio rassicurare da lei. Nonostante l'ennesimo litigio – ieri l'ho lasciata in lacrime sul marciapiedi di casa sua ancora una volta, come nel romanzo – è allegra e scherza sul colore della mia auto, sulla mia smemoratezza. Sto quasi rilassandomi, quando tutto s'inceppa: le dico Grazie, Nunzietta, sei… e lei s'infuria: Senti - dice - che tu faccia lo scemo con altre, passi; ma che scambi pure i nomi, questo non te lo permetto! E un nome così, poi? Ma dove le trovi? Questa volta te la faccio pagare, parola di Asia. Mette giù con uno scatto feroce. Provo a richiamare, sgomento: niente da fare.
E' tardi per insistere: vado di corsa in ufficio, ma passando davanti alle vetrine vedo un tipo in completo grigio e cravattona gialla che corre affannato. Mi fermo a guardarmi in quell'abbigliamento per me sconosciuto: un gusto da squaletto rampante; ma quando mai mi è venuto in mente di conciarmi così? E infatti al giornale nessuno mi saluta: sarò irriconoscibile, senza i miei maglioni e il giaccone che porto da cinque anni, sempre uguale. Al mio posto il piccì è già accesso, e un bicchiere di caffè fuma sul tavolo. Mi siedo sulla sedia già calda, guardo lo schermo senza capire, quando un tizio più o meno della mia età – ha un maglione amaranto - mi guarda interrogativo e mi dice Desidera?
La sicurezza mi ha cacciato via, non prima che il direttore mi abbia cortesemente spiegato che il biglietto che ho nel portafoglio parla chiaro: Finconsult, associated promoter. Ho sbagliato, a quel punto, a dare in escandescenze, e ben mi sta che mi abbiano gentilmente ma fermamente accompagnato fuori.
Squilla il cellulare, intanto: un avvocato dal nome che mi dice qualcosa vuole vedermi. Veramente dice rivedermi. Continuo a non capire, ma forse se accetto di incontrarlo qualcosa si chiarisce, di questa giornata assurda. Magari lui sa qualcosa di quello che è successo, sembra mi conosca bene e che abbia qualcosa di importante da dirmi. Prendo accordi, cercando di essere generico, di non mostrare sorpresa. E' fra venti minuti, qui vicino. Arrivo quasi subito al posto: c'è una saracinesca mezza alzata, controllo il numero civico che avevo appuntato, entro, sempre più perplesso. C'è buio, ma vedo distintamente un luccichio di metallo e sento con chiarezza la voce che dice Credevi di fare il furbo con noi?

ArimaneBis, 10:39 | link | commenti (3)
mercoledì, 16 luglio 2008
L'aria è tersa, la luce decisa e tagliente; attorno, un nulla sterminato di terriccio pietroso, grigio rossastro. Tengo la daga - corta, maneggevole - quasi con indolenza, il braccio abbandonato lungo il fianco. Non so chi mi ha portato qui, né dove ho vissuto prima. Questa è la mia dimensione naturale: mi sono trovato a essere un guerriero, benché nessun nemico mi minacci e nessun avversario si avvicini.
ArimaneBis, 01:00 | link | commenti (4)
venerdì, 11 luglio 2008
Di notte, le stanze della mia casa si moltiplicano. I corridoi si allungano, appaiono più porte di quelle che di giorno si attraversano continuamente. Da quando me ne sono reso conto - ovviamente per caso, ritovandomi in un salone lussuosamente arredato quando pensavo, assonnato, di entrare nel bagno accanto alla camera - ho avuto la tentazione di aprirle tutte, le nuove porte. A scoraggiarmi è sempre stato il timore di violare qualche intimità, fosse pure solamente la mia. Nel tempo, diverse volte ho accostato l'orecchio alle porte chiuse, ho sbirciato dalle serrature; mi sono perfino azzardato ad aprire uno spiraglio, una volta. Ma non sono venuto a capo di nulla: nessun rumore, dalle stanze che pensavo abusive; e nel buio in cui erano immerse a malapena sono riuscito a distinguere qualche oggetto banale - sedie, divani, una volta un tavolo ingombro di carte - che mai suggeriva una qualche familiarità. E mai delle persone. Così, la resistenza a penetrare quei luoghi incomprensibili si è almeno alleggerita dell'angoscia che gli usci potessero aprirsi all'improvviso, facendomi ritrovare faccia a faccia con dei coinquilini sconosciuti.
ArimaneBis, 17:54 | link | commenti (5)
domenica, 06 luglio 2008
Primo giorno

E' inevitabile, il panico, non appena rimasto solo nella sala immensa, ornata e sfinestrata, a guardare il corpo liquido che adesso dovrò governare. Solo, nonostante la presenza delle macchine colossali e immobili, che - anche se diffidenti del nuovo operatore - sembrano aspettare di tornare in vita al semplice tocco delle mie dita sui comandi. Il collega anziano mi ha lasciato in breve, dopo i saluti e le rapidissime spiegazioni. Tanto sai già tutto, hai visto i disegni e i manuali - mi ha detto – e poi è semplice, si tratta di far respirare il fiume, di dargli sollievo quando si gonfia troppo a monte, di togliergli quel di più d'acqua che per lui è malattia e per noi benedizione.
La rassicurazione, per quanto generosa, non mi serve a nulla: perfino l'estrema pulizia del pavimento mi intimidisce e mi preoccupa, quasi che non si tratti di un impianto vitale ma di un museo, e le grandi pompe non lascino andare una goccia d'olio, né emettano un minimo ronzìo non perché ferme e in attesa, ma perché morte, imbalsamate nel loro stesso acciaio.
Il metallo nero delle coperture lo vedo come un guscio lucido messo a proteggere dei segreti di cui resto all'oscuro, nonostante gli studi e l'addestramento che mi hanno impartito. So che da loro, dalle macchine, dipende l'equilibrio di cui sono ora responsabile, l'omeostasi che devo garantire alla terra che mi circonda, il bilanciamento fra le incommensurabili masse d'acqua davanti e dietro di me. Ma non sono più sicuro di sapere tutto ciò che dovremo fare, anche se considero da subito l'edificio e le macchine come un pezzo di me stesso, una mia estensione.
Mi siedo al tavolo dei comandi; è ornato, in stile con il resto, ma al tempo stesso semplice, essenziale. Sul piano di metallo, poche pulsantiere, luci di avvertimento e di controllo; sembra impossibile che dalla grazia di questo elegante piano di lavoro sorretto da ferri ritorti possa generare la potenza e il frastuono che mi hanno descritto, il rumore di cascata, di alluvione controllata che non vedo l'ora di scatenare. Romperà finalmente il silenzio che adesso mi opprime, scendendo lungo le capriate e i tubi, scivolando sui disegni del pavimento a mattonelle, imprigionando gli ornamenti a bassorilievo dei muri bianchissimi.
Attendo. Questo sarà il mio lavoro.
ArimaneBis, 17:15 | link | commenti (4)
giovedì, 03 luglio 2008
Ritardo

L'annuncio non provoca alcuna emozione fra la gente accalcata sui marciapiedi dei binari; sembra che tutti accettino con naturalezza un treno che viaggia con sei anni e tre giorni di ritardo. Sta scritto così sulla tabella luminosa, accanto al nome della remota città di provenienza. Infatti, è un locomotore dall'aspetto arcaico, ormai fuori produzione, che si affaccia alla curva prima della stazione; traina delle carrozze anch'esse antiquate, piene di graffi ripitturati, di ammacconi ribattuti; sono pulite, però, dignitose. I volti affacciati ai finestrini non hanno espressioni esaperate, ma sono velati da una stanchezza che neanche l'ansia dell'arrivo imminente riesce a cancellare. Tutti vestono abiti lisi, spiegazzati o stirati alla meglio, magari sedendovi sopra dopo averli accuratamente piegati; allegre magliette un po' sbiadite contrastano con visi che mostrano qualche ruga e sono incorniciati da qualche ciocca grigia. Alcuni si tengono per mano, coppie all'inizio casualmente assortite da numeri di posti contigui e divenute col tempo indissolubili. Alcuni dei viaggiatori saliti alla stazione di partenza non ci sono più: le pur rapide esequie, nella pianura ai bordi dei binari, sono state ulteriore motivo di ritardo, come le molte riparazioni, gli ammutinamenti, le rapine. In compenso, delle nuove vite - poche, in verità - sono nate sul treno, durante il viaggio. Apprensivi, i genitori si chiedono come vivranno quei figli che mai hanno conosciuto giorni senza il monotono sferragliare dei binari, senza lo spettacolo sempre cangiante del paesaggio visto dai finestrini.
ArimaneBis, 13:23 | link | commenti (7)
domenica, 29 giugno 2008
Nulla è del tutto limpido. Provate a scavare fra le parole, a scostare i legami d'acciaio di un'argomentazione inoppugnabile (no, non spezzateli, basta farsi spazio in mezzo); provate ad affondare la mano nel fluido denso di versi appassionati; cercate negli interstizi che sempre si aprono nella compattezza della frase più lucida. Troverete scarti, allusioni, ambiguità, slittamenti, velature. Si nascondono fra un nome levigato e un verbo scintillante, o si affacciano nel corpo stesso di una parola che sembra solida e sicura. E i dubbi, le esitazioni, gli smarrimenti che questi appannamenti dicono forte, viene il sospetto che siano il vero messaggio di ogni discorso.
ArimaneBis, 13:01 | link | commenti (7)
giovedì, 26 giugno 2008
Quando si apre una porta, lo si fa innanzitutto per vedere cosa c'è dietro. Se la stanza in cui si guarda è arredata con divani rossi, tappezzeria di broccato un po' lisa, o con vetro e acciaio, freddi. O se si tratta di una sala medica, luce forte e mobili bianchi o azzurri, apparecchiature scintillanti. O se invece è un triste ufficio pieno di carte disordinate con dentro pezzi di vita di tanti, o un grande salone da ballo, gente festosa che brinda. Può esserci di tutto, dietro una porta chiusa: lezioni, tradimenti, convegni segreti, amori in corso, cospirazioni, ristori, sgomenti, solitudini.  Cosa direste, invece, se, aprendo una porta - una porta normalissima, magari di un luogo noto e frequentato da sempre - vi trovaste di fronte come una nebbia che sfuma i contorni degli oggetti, ne impedisce la vista distinta, e fa apparire il tutto come se - miopi - non aveste inforcato gli occhiali?
ArimaneBis, 23:44 | link | commenti (5)
domenica, 22 giugno 2008

Ossimoro

In genere non leggo le istruzioni dei congegni di cui da anni – come tutti  – mi riempio la casa. Sono ridondanti, banali, spesso incomprensibili, mal scritte o mal tradotte. Stavolta, però, lo strumento è così particolare che voglio assicurarmi di non sbagliare nell'usarlo la prima volta, preso dall'entusiasmo per ciò che promette. La prima pagina - il libretto è smilzo, ma stampato in corpo piccolo e fittissimo - descrive nei dettagli il Dimenticatoio, con uno schema del fronte e del retro, e i consueti numeretti a identificare i comandi. Ho fra le mani un oggetto fino a ora immaginario, ma del quale si è sempre parlato come se esistesse veramente. E' molto semplice, apparentemente  – una grande scatola di metallo verniciata di un grigio sbiadito, con una sola apertura, qualche pulsante e un cursore –, le funzioni che garantisce, però, sono molteplici. Oltre a quella ovvia di conservare qualcosa senza che il suo ricordo infastidisca la memoria, può eliminare per sempre le immagini dell'evento o della persona voluta, liberarcene inviandole via mail a qualcuno – occorre una connessione alla Rete  –, comprimerle per far spazio ad altri elementi ed esperienze da ignorare, distinguere in diverse categorie i ricordi sgraditi, quelli imbarazzanti, quelli insignificanti, attribuire a ciascuno un codice identificativo criptato, che si può anche inserire in un elenco da stampare o trasferire sul proprio computer. Andando avanti nel leggere le procedure, mi sorprende sempre di più la varietà dei trattamenti previsti per dei pezzi di memoria che ci si sarebbe aspettato fossero solo da precipitare nell'oblio; comincio anche a chiedermi se tutto ciò non sia in un certo senso contraddittorio rispetto al nome dello strumento che ho fra le mani. Ma è leggendo l'ultima pagina che rimango del tutto sconcertato: con una certa combinazione di pulsanti si può far sì che il lampeggiare insistente di un led rosso sul fianco della scatola rammenti che qualcosa vi è stata conservata di recente.

ArimaneBis, 13:56 | link | commenti (9)
martedì, 10 giugno 2008
Teatro
 
La scena è più che essenziale, è spoglia, uniforme. Potrebbe essere uno scaffale vuoto, lasciato dai libri che lo occupavano,  stanchi di parlare a chi è distratto o si ostina a non sentire.
Pochi oggetti, stilizzati, attorno a personaggi anonimi. Anche gli attori sono anonimi, rigidi, levigati, nei costumi e nei tratti dalla consistenza pesante e artificiale dei robot o dei clown.
E scarne sono le parole, poche le battute. Nessuna pretesa di fare della bella lingua. Se ne sarebbe capaci, qui; ma che vale dedicare la bella lingua a scabrosità e piccole miserie?
Sorrisi amari, nel pubblico. Ma pur sempre sorrisi.
Ecco, la breve recita è finita; un pezzo di mondo – del grande, del piccolo - è stato smascherato, messo in mora. Gli attori vanno via, con l'andatura meccanica che i costumi suggerivano. Applausi. Nessuno ritorna a inchinarsi e ringraziare.
Non c'è sipario; resta uno spazio vuoto. Si rimane a fissarlo, a riempirlo con dei ricordi.
 
(per Maria Strofa, in memoriam)
ArimaneBis, 16:53 | link | commenti (9)
sabato, 03 maggio 2008

Explicit
(prove di uscita)

Come un inizio, anche una fine è convenzionale. Anche concludere il racconto con la scomparsa del protagonista non è che una scelta soggettiva del narratore. Il personaggio che ha attraversato queste pagine, è vero, non agirà più; dal suo punto di vista una vicenda si è conclusa. Ma non si può dire lo stesso di ciò che rimane, del segno che ha lasciato nel mondo, delle orme del suo viaggio. La sua storia, dunque, non finisce; qui finisce solamente questa narrazione.

Anche se della vicenda che qui decidiamo concludersi parleremo al passato, essa non è, e non sarà mai, completamente finita. Il concetto di perfetto, nel senso di passato, concluso, è solamente una convenzione grammaticale. Nulla è veramente perfetto, compiuto. Finire è interrompere.

Questa storia finisce qui. Non voglio imbrogliarvi oltre.


ArimaneBis, 13:03 | link | commenti (19)
sabato, 03 maggio 2008

Ultimi inizi

Siamo sottili, trasparenti e tremule come anime. Come anime, ci sciogliamo, se ci esponiamo al sole fuori dal liquido salino che sembra averci generate. Delicati filamenti viola disegnano i nostri contorni, che altrimenti sarebbero diafani fino all'inesistenza. Scintille tenui e quasi casuali, trasparenze solo un po' più opache dell'acqua, siamo arsura per le creature che, incautamente, ci toccano. A migliaia, con indolente indifferenza, ci siamo impadronite di questo angolo di mondo; ne teniamo lontani gli esseri che calpestano, turbano e disperdono l'immobilità frenetica del caos primordiale di roccia, di acqua, di vita elementare.

Me l'aveva detto, con circospezione un po' affettata, l'uomo in grigio che avevo incontrato appena fuori dal portone. L'avevo ignorato, infastidito, tornando subito ai miei pensieri urgenti. Adesso che ho girato l'angolo e vedo tutto, capisco di avere avuto troppa fretta a liquidare l'avvertimento.

Faccio regolarmente lo stesso sogno ogni prima domenica del mese. Un sogno banale, di quelli che sembrano privi di qualsiasi significato rilevante; non lascerebbe alcuna traccia se non si ripetesse in tempi e modi così precisi. Un uomo seduto comodamente su una poltrona, pantofole e pipa in mano; una donna giovane, vestita elegantemente, entra nella stanza e gli dice in tono aspro che sono in ritardo. L'uomo si alza, apre un'altra porta e si ritrova su una spiaggia immersa nella nebbia marina, la risacca che gli lambisce i piedi nudi. Non riconosco i luoghi né le persone, ma col tempo queste mi sono diventate familiari e a volte mi capita di immaginare di invitarle alla cena che uso dare per gli amici più cari, alla fine dell'estate.

La gamba! La sinistra deve arrivare all'altezza della gola! Riprovo, concentrato. Stavolta il colpo arriva a segno, l'altro cade, disarticolato; mi fermo a riprendere il ritmo del respiro.

Gli eventi sono pochi ed elementari. Il vento che si alza all'improvviso, l'arrivo di un nuovo ospite, i primi frutti del fico in giardino. Questo ritmo lento, scandito da piccolissimi dolori e da ondate di benessere immotivato gli svuota la mente giorno dopo giorno. Innumerevoli pensieri, urgenze, sospesi, idee folgoranti, attese, si sbriciolano in una nebulosa confusa, dalla quale si allontana come fluttuando, privo di peso.

I capelli cadono a ciocche nei lavandini, l’odore che riempie la stanza è di sudore forte, di fatica recente, di allenamento appena finito. Quando le teste sono completamente rasate, con energia indolente, tutti infilano la maglietta nera. Quasi non li distingui, senza i colori e le fogge dei capelli che portavano: lo sguardo freddo è lo stesso per tutti, ma nessuno lo vedrà, dietro gli occhiali che adesso inforcano. Escono uno a uno, si dispongono lungo il breve tratto di strada davanti al locale, immobili, l’arma imbracciata. Ci aspettano.

Lo vide arrivare da lontano, col suo passo calmo e il consueto sorriso. Il leggero brivido che sempre avvertiva quando lo incontrava, stavolta, passò in fretta: non si sarebbe fatto ingannare. Il discorso lo aveva preparato accuratamente, prevedendo i suoi interventi pacati ma taglienti e irrefutabili. Quello che non aveva previsto era che quel giorno accanto a lui camminasse il suo amico di sempre.  

ArimaneBis, 13:03 | link | commenti (1)
sabato, 03 maggio 2008

Identità

Ho aperto gli occhi lì, sul furgone, poco prima che si fermasse. Poi mi hanno buttato fuori dal portellone, che si è richiuso sferragliando, quando già il furgone era ripartito. Di ciò che c'era prima – se c'era qualcosa – non so nulla, anche se so che quello era un furgone, che le cose che ho addosso si chiamano vestiti, che quelle che guardo adesso sono le mani.
Le mani. Mi serrano il viso, probabilmente non voglio vedere cosa ho attorno. Eppure sbircio fra le dita, e colgo frammenti di palazzi alti, di strade non troppo curate. In uno di questi frammenti ci sono degli scarponi neri che avanzano con ritmo regolare verso di me. Mi colpisce qualcosa, sulla spalla, forte. Il dolore fa da anestetico allo sgomento, le mani lasciano il viso, diventano pugni, affronto l'uomo in nero. Devo essere alto e forte, perché quando lo colpisco lo vedo vacillare e cadere. Gli sono addosso, gli blocco le braccia. Vedo che in una mano ha un rasoio, colpisco terra con la sua mano armata, due volte. Alla seconda la mano si apre. Il rasoio è nella mia, adesso, e non esito un istante. Ho la camicia coperta di sangue: gli sfilo la giacca di pelle nera e la indosso. Nelle tasche, mentre mi allontano, trovo un mazzo di chiavi e un portafoglio. Arrivo all'indirizzo scritto sul documento, apro ed entro. Non faccio in tempo a distendermi sul divano che entra lei. Guardo il suo sguardo interrogativo; le dico: sono io Pietro, adesso. Resto.

ArimaneBis, 13:01 | link | commenti
sabato, 03 maggio 2008

Impegni

"Le condizioni adatte si sono probabilmente verificate fra 4,2 e 4,4 miliardi di anni fa, nell'epoca in cui il bombardamento [di asteroidi] era in declino. Certamente forme avanzate di vita erano già presenti 3,5 miliardi di anni fa, epoca cui risalgono le più antiche testimonianze fossili. D'altra parte, per effetto del vulcanismo e del bombardamento il nostro pianeta è rimasto inospitale per la vita per circa mezzo miliardo di anni dalla sua nascita e ciò lascia un periodo di 200-300 milioni di anni per lo sviluppo delle prime forme di vita" (P. Battistini, I pianeti e la vita)

La vita era apparsa verso le sei e un quarto di un mercoledì. E' stato la scorsa settimana, o quella prima, non ricordo bene, ma non ha grande importanza. L'ora, invece, mi è rimasta impressa perché ero in ritardo all'appuntamento, ma esaminando una piccola insenatura del mare meridionale avevo scorto qualcosa di imprevisto e avevo controllato se potevo permettermi di rimanere ancora qualche minuto davanti allo schermo, per vedere meglio. Dovetti potenziare al massimo l'ingrandimento, per arrivare a inquadrare ciò che gli strumenti mi avevano suggerito. Si trattava in effetti di un batterio molto primitivo, ma inequivocabilmente vivo. Le istruzioni erano molto precise: in un caso del genere l'orario di lavoro doveva essere prolungato fino al completamento delle complicate procedure previste. La ragazza che mi aspettava nel pub, però, era impaziente e permalosa, se avessi tardato ancora probabilmente non l'avrei mai più rivista. Così mi guardai attorno, assicurandomi che non ci fosse davvero nessuno, e - con un gesto che ipocritamente volli pensare casuale - girai la manopola di controllo della temperatura. Mentre raccoglievo le mie cose e infilavo il giaccone, vidi l'indicatore del calore mostrare un valore sempre più elevato e, sullo schermo, il batterio che si sfilacciava e finiva col dissolversi nell'acqua. Rimisi tutto a posto velocemente e mi precipitai per le scale, non senza pensare che non ero certamente il primo a fare una cosa del genere, né sarei stato l'ultimo. Per i quattro soldi che prendevamo, d'altronde, valeva la pena di sacrificarsi a far riuscire quegli incomprensibili esperimenti?

 

ArimaneBis, 13:00 | link | commenti
sabato, 03 maggio 2008
Fuga

L'allarme era scattato poco prima dell'alba: quando sono arrivato molti erano già fuori e sbuffavano vapore bianco, cominciando lentamente a innalzarsi. Uno era rimasto incastrato nel portellone dell'hangar e continuava a spingere, con movimenti decisi ma fluttuanti, quasi pigri. Quelli che si erano sollevati, immensi, si sfioravano, affollando il cielo sopra il campo. Se ne poteva vedere la pelle che si schiacciava al contatto, per poi tendersi di nuovo quando il beccheggio li allontanava. Nessuno aveva pensato a fermarli colpendoli con la batteria collocata a difesa della base, nessuno avrebbe osato distruggere quei grandi corpi solenni.  
Il cedimento del portellone incastrato liberò il dirigibile ancora prigioniero e la folla di quelli in aria si diradò; in attesa che il ritardatario li raggiungesse in quota, si disposero lentamente in formazione, indifferenti e flemmatici. Se si eccettua il mormorio sommesso dei motori, la scena si svolgeva in silenzio, in contrasto con la mole delle grandi ombre che costellavano il cielo; così l'urlo del meccanico o soldato che, tentando di ancorare uno dei dirigibili in fuga, era rimasto appeso a una sagola, sembrò quasi un sacrilegio. Per di più inutile: lo avrebbero portato con loro, ovunque fossero diretti.
ArimaneBis, 12:58 | link | commenti (2)
sabato, 03 maggio 2008

Rivelazione

Sono passati più di quarantasei anni, col tempo di qui. Gli ultimi tre li ho impiegati per capire che sono un prigioniero. Prima, da sempre, erano stati dolori sordi o acuti, inspiegabili inquietudini, lampi di sofferenza, a spingermi a indagare. Non ne sono venuto a capo finché, frammento dopo frammento, non ho ricostruito la storia che mi ha portato qui; il delittto, il processo, la condanna, il viaggio. Ne avevo sentito qualcosa, ovviamente, ma non potevo immaginare la luce abbagliante, il freddo, la fame, il tepore che ritempra, il ristoro faticoso del sonno. Non potevo sapere cosa fosse un corpo, quanto potesse deviarmi, costringermi, farsi ascoltare.
Una pena crudele, hanno inventato, soprattutto per l'incertezza totale sulla sua conclusione. Certo, potrei accelerarla, o addirittura provocarla subito, questa fine. Ma, ancora, dal corpo di umano che sono costretto ad abitare genera una catena invisibile che mi tiene attaccato a questa penosa successione di giorni.
E questo sapere, adesso, che di pena si tratta, questo ricordare cosa e dove ero prima, è probabilmente una dolorosa punizione accessoria inflittami per l'efferatezza della mia colpa.
Guardo gli altri: non so se sono manichini animati messi ad abitare e rendere complicato questo mondo prigione, o se infelicemente stanno scontando anche loro una pena. Non lo chiederò a nessuno, come nessuno mi chiede. Meglio che non sappiano cosa stanno a fare qui, piuttosto che arrivare, come ho fatto io, alla verità straziante della nostra condanna. A volte sorprendo qualcuno che guarda in alto, di notte, illudendosi forse di poter vedere il nostro mondo di lampi elettrici e di nuvole immateriali. Mi avvicino ma non sento nulla; non mi meraviglia, però: imbozzolati in queste cellule non ci potremmo mai sentire.
Così, scrivo queste righe; non so a chi spedirle, né come. Le abbandono in giro, chissà che non possano essere lette da chi, senza dirlo, può capire; e forse perfino trarne un qualche sollievo.

(già pubblicato in Lettere dal carcere)

ArimaneBis, 12:57 | link | commenti