domenica, 09 agosto 2009
Mnemofora revoluta
Tornammo, dopo un po' di tempo, a controllare. Undici piantine erano morte, seccate dal sole o afflosciate e grigiastre, con le radici marcite. Delle altre non si poteva ancora dire, ma che non ci fosse nessun cambiamento apparente era già un buon segno. Controllammo la recinzione, sufficientemente lontana da evitare che le vibrazioni di chi si fosse avvicinato senza protezione potessero essere avvertite dai tralci sottili. Volesse il cielo, sarebbero presto spuntati attorno al gambo ritorto a difendere la pianta, delicatissima fino alla fioritura, pronta a isterilirsi alla minima percezione dei pensieri caotici dei vivi.
Un paletto era abbattuto - un coniglio forse, o una volpe - e lo fissammo meglio, attenti a evitare che non allentasse la tensione dei cavi che sosteneva. Qualcuno iniziò, stupidamente, a ricordare i campi fitti delle foglie nerazzurre e decorati dalle bacche turgide e brillanti che si andavano a raccogliere. Lo fermai con un gesto della mano e lo mandai a verificare la pompa del generatore; che nessuno ascoltasse oltre; che non si pensasse troppo a cosa avevamo rischiato di perdere e che adesso eravamo incaricati di salvare; che le emozioni del ricordo non giungessero a superare gli schermi delle tute e a soffocare gli eventuali sensibilissimi germogli.
Con estrema cautela mi mossi attorno ai filari, brevi: non eravamo riusciti a ricavare più di un centinaio di talee dalle poche piante rimaste. Interrai meglio qualcuna delle capsule del prezioso concime che avevamo sepolto accanto alle radici - era costosissimo distillare i ricordi - e che il vento aveva scoperto soffiando via la terra leggera. Poi diedi l'ordine di andar via e avvertii la guardia armata all'inizio del sentiero di staccare un attimo la corrente per farci passare.
Attardandomi, restai solo, con gli scarponi semiaffondati fra i solchi, a guardare le misere foglie e gli steli rachitici. Mi chiesi ancora una volta, fissando una delle piantine stentate, se mai sarebbe riuscita a restituirci di nuovo le voci e i pensieri di chi non c'era più, se avremmo ancora visto nel lieve pulsare delle bacche mature, il sorriso dell'amata stesa al sole, le ciocche scomposte del bimbo accaldato dopo la corsa, l'aggrottare di ciglia dell'artista concentrato sulla tela. O se l'affievolirsi dei sentimenti, la superficialità dilagante, non avessero rubato per sempre il nutrimento a quella prodigiosa specie vegetale.
venerdì, 31 luglio 2009
Tyche
A farne maggiormente le spese sono stati gli esperti di smorfia e gli statistici, perdendo progressivamente credibilità. Ma in realtà qualsiasi ermeneutica e qualsiasi capacità di prevedere sono entrate in crisi irrimediabile con il persistere del ritardo dei numeri. Il cambiamento nella mentalità indotto da trentasette anni di interpretazioni incongrue, di modelli probabilistici fallimentari è stato sottile, anche se molto meno evidente del complessivo riorientamento dell'economia, condizionata e stravolta dal crescente drenaggio di risorse da parte del Gioco. L'euforia speranzosa dei primi tempi, quando le molte settimane di ritardo nell'estrazione di quei numeri aveva convinto anche i più indifferenti a tentare l'azzardo di una combinazione, si è lentamente trasformata in una routine di investimenti quotidiani, sempre più consistenti, che ha richiesto lo sviluppo di un complesso sistema di mutui, anticipazioni, compensazioni, e ha portato con sé l'inevitabile meccanismo speculativo che ha redistributo enormi fortune, affondando imprese solide e facendo nascere dal nulla piccoli e grandi imperi finanziari, tutti egualmente effimeri.
L'incredulità degli esperti si è trasformata dopo appena un paio d'anni in rassegnazione e abbandono di ogni sperimentazione di simulatori e strumenti di analisi. Sul fronte della divinazione, benché maghi e veggenti di ogni specie abbiano continuato più a lungo ad essere ascoltati, si è diffusa la convinzione che i segni sparsi nel mondo e quelli più impalpabili dei sogni avessero smesso di parlare agli uomini, tornando ad essere il linguaggio dei soli Dei.
L'attrazione esercitata dalle enormi aspettative di guadagno rappresentate dal monte premi che si incrementava senza sosta ha convogliato verso il paese della lotteria risorse crescenti da ogni parte del mondo, così che un fenomeno all'inizio circoscritto è divenuto il perno dell'economia globale.
I tentativi di governare questi meccanismi, di tamponarne gli effetti devastanti, di bloccare l'irrazionale squilibrio indotto dall'incredibile ritardo della combinazione vincente si sono scontrati con aspettative così potenti da rendere impossibile per qualsiasi governo affrontare la crisi che la sospensione o la revisione del Gioco avrebbe provocato. C'era stato chi, in altri paesi, aveva ipotizzato un intervento armato che sostituisse il governo del paese della lotteria e imponesse l'uscita dal circolo vizioso che minacciava di cambiare il mondo. Ma le ovvie resistenze ed esitazioni hanno fatto superare il punto di non ritorno, al di là del quale potentissimi interessi si sono coagulati attorno al Gioco, rendendolo una variabile fondamentale e non più una patologia del sistema.
Oggi il mondo è irriconoscibile per chi lo abitava prima del consolidarsi del decennale ritardo dei numeri. Da molto tempo, alla vigilia di ogni estrazione - una procedura che ha assunto ormai un carattere sacrale e adottato un rituale esoterico - il mondo sta in attesa spasmodica di un Vincitore, che acquisirebbe in un istante la potenza economica di una nazione intera e soprattutto il carisma di chi appare designato dal Destino.
Ma tutto ciò appare in fondo secondario. E' ad altro che da qualche tempo chi ha a cuore le sorti del mondo sta rivolgendo la propria attenzione.
Benché sia ancora troppo presto per confezionare teorie coerenti sul cambiamento profondo delle mentalità collettive, è evidente che secoli di pensiero basati sulla fiducia nella prevedibilità della realtà ha lasciato il posto alla ferrea convinzione dell'universalità pervasiva delle leggi del caso. Paradossalmente, ciò non ha significato soltanto il prevalere del fatalismo e della rassegnazione; si sono invece fatti strada una leggerezza e un senso di liberazione dei vincoli della causalità, della consequenzialità inevitabile degli eventi, che sta aprendo nuove prospettive. Un tempo avremmo giudicato caotico, irrazionale, contraddittorio, sterile questo genere di atteggiamento, ma oggi cominciamo a intravvederne la ricchezza, la forza propulsiva, la feconda e allegra spensieratezza, la capacità di liberare da miserrime cautele e da umilianti rinunce a volare con la mente.
A questo un gruppo ancora ristretto ha iniziato a lavorare. Ad assecondare la libertà che si avverte nella palese violazione di presunte leggi universali cui stiamo assistendo, come pure nel fallimento della convinzione di dovere operare uno sforzo costante per trovare la spiegazione di ogni cosa.
mercoledì, 29 luglio 2009
Nessuno sa cosa c'è sotto le case, cosa sostiene i luoghi dove camminiamo, amiamo, ci distendiamo a dormire. S'immaginano faglie d'acqua che ristagna pigramente attorno alle basi dei pilastri, o caverne tempestate di cristalli, o antichi cimiteri sconvolti dalle ruspe, o rocce schiacciate a fare pile di fogli coloratissimi, o semplicemente grandi spazi vuoti. Quando ho saputo di potere guardare ho esitato a lungo, quasi fosse indiscreto e sconveniente guardare sotto i vestiti del mondo.
martedì, 28 luglio 2009
Shulùq
E' arrivato, dopo tanto aspettare, a spezzare rami, a spalancare finestre, ad animare panni stesi e foglie e cappelli strappati alle teste; a bruciare col soffio rovente la pelle e l'erba, i pensieri; a seccare le labbra, i fiumi, le lacrime, i cibi avanzati; a sciogliere, corrugare, spossare, esaltare, coprire di sabbia.
A far volar via le parole dai fogli.
E' arrivato. Ciascuno dice "per me".
martedì, 26 maggio 2009
Poco meno di un anno fa Remo Bassini proponeva un'iniziativa di scrittura intitolata "A quattro mani"; Cronomoto e Arimane hanno risposto con questo racconto, che adesso trova posto nei rispettivi blog.
Stellamadre
di Arimane e Cronomoto
Ho scelto questo angolo di cielo per nascere. Una volta strappata la volta celeste - così veniamo al mondo noi stelle - la vista era magnifica.
Non c’erano ancora molte compagne, ma i vortici di materia brillante che di lì a poco le avrebbero generate erano splendidi, nel loro avvolgersi silenzioso. Mi affascinavano di più i vuoti, però: di un nero concreto, irresistibilmente attraente; li vedevo come un porto sicuro. Pozzi d’inchiostro, avrei pensato, se invece di stella fossi stata bambina, a guardare stregata il calamaio innestato nel banco, col sogno di intingervi il dito.
Mi è piaciuto, dopo, danzare in rivoluzioni e rotazioni, sentire il rumore del cielo, e incendiarmi, voltandomi a guardare gli scampoli di fuoco che lasciavo dietro di me, a spegnersi lontano: mi divertivo assai a vederli esaurire la spinta, esitare, fermarsi e mettersi a ruotare. Raffreddavano, ciascuno a suo tempo e a suo modo, prendendo colori diversi.
Fossi stata bambina - più grande, adesso - e non stella, avrei pensato che fossero fatti delle stoffe ruvide o vaporose, granulose o finissime, che esplodevano di vermiglio o di cobalto, di pervinca o di turchese leggero sul telaio di mia madre, quando lavorava accanto a mio padre, maestro di colori.
E vorrei esserlo, la bimba dell’inchiostro, per usarlo e dire con quello del più bello dei frammenti, che si è intiepidito lentamente, crepandosi tutto in valli e montagne e ha mischiato atomi semplici, a far liquido e a fare il cielo azzurro come altri cieli non sono.
Come una madre, l’ho allevato, quel pezzo di me, l’ho scaldato piano, illuminato. Giocava, splendendo di ghiaccio, poi ostentando orgoglioso la chioma verde, l’elmo di un guerriero. Correva, quasi ruzzolasse da una pietraia, a sbucciarsi le ginocchia, imprudente, a cercare un destino diverso dagli altri. E infatti: presto divenne folle di esseri microscopici e laboriosi.
Non fossi stella, direi ciò che oggi m’inquieta. Il tempo è passato, e tanto; invece del soffio del fuoco avverto ora, profondo, un brontolio sordo, un turgore che cresce. So cos’è, ma a chi dirlo? So che marcio da un tempo che sembra infinito verso il momento in cui la fornace che mi anima finirà di ardere tutto.
E’ oggi, il giorno. Se non fossi stella, ma la bambina dell’inchiostro e delle stoffe, e la donna che ha allevato le sue creature, la mia fine sarebbe semplice, anche se dolorosa. Mancherei al mondo, forse.
Ma sono stella, e sarà il mondo a mancare a me.
Resterò taciturna e pesantissima in questo angolo di cielo a raffreddare anch’io, dopo avere avvolto di fuoco e fatto svanire in un attimo il corteo di piccoli compagni che m’hanno girato attorno per tanto tempo. Senza mai avvicinarci, quasi fossimo timidi innamorati; paghi, loro, di vedere i miei lunghi capelli di luce sciolti nel cielo, e io di osservarli nei loro giochi cangianti.
sabato, 21 febbraio 2009
Microtrilogia
Tre microracconti scritti per aderire all'invito settimanale di Caliyuga, di inventare brevissime storie su un tema assegnato, e apparsi sul suo blog Scrivere Libero. I titoli ricalcano, ovviamente, i temi proposti.
Ho un problema
Il dolore, proprio sotto la clavicola, dipende da un qualcosa che mi si è attaccato addosso. E’ una perfetta semisfera di metallo, scura, satinata, di tre o quattro centimentri di diametro; dal bordo inferiore escono una dozzina di minuscole protuberanze che affondano sotto la pelle. Quando ho provato a staccarlo, le zampette si sono rinserrate penetrando più a fondo e ho avvertito sulla superficie della sfera una sorta di brontolio. Al pronto soccorso si sono dichiarati impotenti; mi hanno mandato al reparto malattie infettive. Da lì mi hanno spedito in chirurgia, ma ho cambiato strada a metà del viale dell’ospedale: non ho intenzione di fare da cavia e le anestesie mi atterriscono.
Sì, ho un problema, decisamente.
Di ritorno
La rassicurante sensazione di familiarità che immiserisce il grande aeroporto della mia città quando ritorno da uno dei miei frequenti e rischiosi viaggi, questa volta non l'avverto. Saranno i molti fusi orari attraversati e riattraversati, le cautele per non farmi notare troppo, le fughe a zigzag fra i continenti ad avermi frastornato, ma mi sembrano strani gli arredi, l'accento della gente, i prodotti pubblicizzati sui muri. E non ho torto ad avvertire qualcosa di strano: il tassista ignora la strada dove abito, benché sia centralissima; e quando glielo conduco, al posto dell'anonimo palazzotto trovo un grande grattacielo di specchi. Ricordo allora che nel deserto gelido in cui ero stato costretto a rifugiarmi, ferito, lo sciamano della tribù che mi proteggeva aveva a lungo cantilenato accanto al mio corpo febbricitante e mi aveva fatto camminare, nel delirio, lungo una strada che attraversava il tempo.
Un consiglio
Non è tua abitudine intrometterti, ma stavolta ti sembra il caso. Con lo sguardo sperduto del turista, si aggira per la piazza arroventata, esausto. Il bar è invisibile, nel vicolo, dalla parte opposta a quella dove adesso si è fermato, disperato. Accosti, fai un cenno invitante verso l'insegna seminascosta. Ringrazia, sollevato. Lo segui con lo sguardo fino al vicolo, che abbia capito la strada.
L'auto che sgomma sulla piazza ti evita a stento, mentre riparti. Hanno fretta: in due si piazzano in strada a proteggere quelli che sparano e fanno strage nel bar dove l'anziano capo in disgrazia prendeva la sua granita.
lunedì, 26 gennaio 2009
Caleidoscopio
I gemelli abitano proprio nell'appartamento qui sotto. Dico i gemelli perché così si sono presentati e perché i nomi sulla targhetta della porta sono due, anche se molto simili. Però, nessuno li ha mai visti insieme e in tanti sospettiamo che si tratti in realtà di una sola persona, taciturna e misteriosa, protetta dalla lingua incomprensibile che parla e scrive.
Non che nel palazzo manchino altri inquilini ombrosi ed enigmatici, o originari di paesi lontani: al primo piano, fra i due grandi appartamenti abitati dal rumoroso gruppo di malesi e dal gioviale ma permaloso signore dal nome impronunciabile, che parla sempre di tempi lontanissimi, vive da pensionato un vecchio inquietante e malevolo: il suo aspetto è tale che i bambini fuggono impauriti quando lo incontrano per le scale e io stesso evito accuratamente di fermarmi a quel piano quando sento i colpi ritmati che la sua gamba artificiale picchia rabbiosamente sulle assi del parquet; qualcuno dice che i suoi abiti odorino ancora del mare dal quale si è miracolosamente salvato.
Invece, faccio sempre in modo di uscire quando sento il picchettare di altri tacchi: benché non abbia il coraggio di fermare l'altera ragazza del quinto piano, vederla allontanarsi per l'androne è uno spettacolo che non voglio mai perdermi; ha un ché di volgare, lo so, ma immaginare le sue giornate sicuramente dissolute è un gioco che faccio da molti anni.
La porta accanto alla sua, una volta è rimasta aperta quanto è bastato per sbirciare all'interno delle stanze della coppia che ha preso in affitto l’appartamento più grande del piano: ho intravvisto solo scaffali rigurgitanti di libri e qualche ricordo di viaggio; mi sono spiegato il silenzioso ritmo della loro vita pensandoli costantemente immersi nella lettura, costantemente alla ricerca del seguito dei romanzi che iniziano.
Proprio sotto di loro abita il distinto ma insicuro signore che chiamano il geometra; non è esattamente la sua professione – agrimensore, c’è scritto sul suo biglietto - ma tutti lo chiamano così per semplificare. Di tanto in tanto riceve la visita dei suoi due assistenti – somigliantissimi, indistinguibili anche per lui, si sospetta - ai quali dà ordini sempre disattesi.
Del portinaio, tutti dicono che ha un passato insospettabile; qualcuno arriva a dire che in realtà è un nero, ma ci è stato presentato come ebreo, anche se non praticante. La moglie – o la compagna, crediamo – fa la pulizia delle scale, e mi hanno detto che è analfabeta. Lui invece, le rare volte che articola più di qualche monosillabo, rivela una cultura sterminata: forse è vero che è un importante accademico caduto in disgrazia per il suo orgoglio vitalistico e insofferente. (...)
domenica, 28 dicembre 2008
Dipendiamo da piccolissimi dettagli: un lieve ritardo nell'imboccare la strada dove dei camion si schianteranno sulla fila di auto, una sola parola detta o non detta che ci precipita nella disperazione o nell'euforia, una lettera non recapitata, sottilissimi condotti che irrigano i tessuti e che basta un granello infinitesimo a otturare. Perfino uno sguardo basta, a volte, a cambiare la nostra direzione. Sono questi i pensieri ai quali mi abbandono adesso che tutto è pronto, che la programmazione durata quasi una vita sta per dar vita alla lunghissima catena di azioni necessarie per arrivare al risultato atteso da sempre. Se l'infinita serie di fattori che entreranno in gioco - tanto numerosi e incontrollabili nella loro combinazione da poter essere, tutti insieme, definiti caso o fortuna o destino - non farà prendere una strada diversa da quella prevista, se nessuno dei piccolissimi dettagli da cui dipendiamo mi tradirà, da domani vivrò in un nuovo mondo.
venerdì, 12 dicembre 2008
Tragedia
Quando viaggio in treno, mi capita spesso di scrivere. Sono brevi tragitti: un'antica linea ferrata adattata a metropolitana di superficie, con lunghi tratti in tunnel. Vagoni vecchi, poco affollati, che hanno visto ben altri viaggi – a volte fantastico di un loro passato su tratte esotiche, addirittura – e che adesso sono offerti ai non molti che, per ristrettezze o per comodità, o forse per suprema ragionevolezza, sfuggono all'abitudine pertinace e assurda dei percorsi a singhiozzo nell'asfissiante fornace meccanica che brucia per le strade della città.
Scrivo, dunque, fra un'attesa e una breve corsa sferragliante, in posizioni scomode, costretto a interrompere dall'arrivo alla fermata o dal fischio – è ancora un fischio, non un segnale elettronico, su quei treni – che annuncia il prossimo arrivo dei piccoli convogli.
La mia scrittura ne risente. E dico scrittura in senso duplice, concreto e astratto: le righe che vergo rapidamente sul taccuino – ma il più delle volte si tratta invece di supporti improvvisati: il retro di un documento, i fogli di guardia di un libro – sono irregolari, le lettere alterate; si stringono, si allargano si infittiscono o si deformano, mantenendo traccia di un sobbalzo sui binari, di una frenata, dell'urto del gomito da parte di un altro passeggero indifferente al mio impegno. Nell'altro senso - se per scrittura s'intende non il filo ritorto dell'inchiostro depositato sul foglio ma il nucleo denso e caldo o leggero, o intrigante, depresso, osceno, ticchettante, lucido, rigoroso, strisciante, allusivo, scintillante, folle, irrequieto, che le parole racchiudono – pure si può riconoscere l'effetto delle condizioni in cui genera. Un'idea folgorante, ad esempio, non si deposita sul foglio perché la stazione d'arrivo si annuncia e vanno riposti foglio e penna: mani libere, per scendere o salire; e poi, non sia mai che un foglio sfugga e sparisca risucchiato dal treno che riparte nella galleria; o che la penna scivoli e lasci la mano sguarnita e la mente incapace di fissare quella materia esile che produce e che senza un supporto più materiale rischia di svanire in ogni momento.
In una di queste interruzioni - che sono a volte perniciose, a volte invece giovano alla stessa storia che si sta scrivendo: alleggeriscono, fanno abbandonare strade incerte, generano nuove idee – ho riposto la penna nella borsa, fra le carte, dimenticando di chiuderla. Svuotando la borsa, una volta a casa, ho trovato il disastro: tutte le carte, i libri, l'agenda, i documenti macchiati da linee d'inchiostro. Stavo maledicendo la disattenzione che mi aveva fatto rovinare documenti importanti e oggetti necessari, quando mi accorsi che le linee disegnate dalla penna coi sobbalzi e gli scossoni del polso che reggeva la borsa si piegavano e torcevano sui fogli, componendo ghirigori e ornamenti vagamente simili a delle lettere. Indaffarato, archiviai allora la strana impressione: cambiai agenda, trovai copia delle carte imbrattate, i miei pensieri cambiarono strada. La seconda volta che la stessa cosa accadde – l'incontro con un amico, nel vagone, mi fece occultare di fretta carta e penna: non gradisco che mi si sbirci mentre scrivo – la punta inchiostrata rimasta libera decorò con più coerenza ogni spazio libero delle carte in mezzo alle quali l'avevo conservata. Esaminando i segni lasciati sui margini bianchi dei fogli e sul retro delle foto che in quel momento avevo in borsa, riconobbi lettere e parole; non organizzate, né corrette, certo, ma indubbiamente non casuali. Incredulo, decisi di riprodurre deliberatamente le condizioni di quegli episodi: in viaggio, interruppi la scrittura e conservai la penna aperta insieme a un buon numero di fogli bianchi.
Non mi sorpresi più di tanto, alla fine della giornata, nel trovarmi fra le mani le pagine di un racconto manoscritto che proseguiva l'incipit scritto all'inizio del viaggio. La grafia era stentata, irregolare, ma le tre o quattro pagine contenevano un racconto sicuramente più originale ed elegante di quanto non sarei stato capace di scrivere consapevolmente. Il nucleo delle idee era il mio, senza dubbio, ma le soluzioni stilistiche, l'intreccio, le espressioni icastiche che lo arricchivano erano sicuramente migliori di quelle, sempre deboli e artificiose, dei miei scritti.
Con una certa ritrosia, ho pubblicato nel tempo i racconti scritti dalla penna. Hanno avuto un successo crescente. Mi ero fatto molti scrupoli, all'inizio; anzi, avevo addirittura escluso di utilizzarli con il mio nome, ma quando mi convinsi a farli leggere almeno a un'amica – anche lei scrittrice - della quale mi fidavo come di nessun altro quanto a capacità di giudizio, ne ricevetti opinioni tanto lusinghiere che presi in considerazione l'idea. La penna era mia, era quella con la quale avevo sempre scritto le bozze dei miei racconti. Ero io a scrivere l'incipit, erano mie le ginocchia sulle quali la borsa ondeggiava e sbatteva durante i viaggi, mia la mano che la reggeva camminando. Ed erano mie le idee iniziali – per quanto abbozzate – che la penna sviluppava. Cinicamente e vigliaccamente, pensai anche che di certo la penna non avrebbe potuto chiamarmi in giudizio per plagio, a meno che una qualche legge – se ne producono ogni giorno di improbabili e inaudite – non avesse a un certo punto conferito capacità giuridica agli oggetti. Eppure, da quando mi sono risolto a proporre all'editore i racconti che la penna continua a scrivere ad ogni viaggio – ormai la lascio deliberatamente aperta ogni volta che la ripongo nella borsa, e provvedo di avere sempre una quantità di carta bianca nello stesso scomparto – un senso di disagio mi perseguita, sottile ma costante. Arrossisco e mi imbarazzo quando, nei salotti o alle feste alle quali sono sempre più spesso invitato da critici ed editori di fama, qualcuno si avvicina per lodare i miei libri: cortese, ascolto con gli occhi bassi, farfuglio un ringraziamento, poi svicolo mormorando delle scuse. Mi sono fatto così una fama di modestia e di riservatezza che non fa che aumentare la stima e il successo che mi sono tributati.
Capirete bene, dunque, perché si parla di tragedia, all'inizio di questo racconto, se adesso vi dico che ieri, tornando a casa, dei teppisti mi hanno affrontato in un angolo buio e mi hanno portato via la borsa. Ho resistito, ho ricevuto spinte e pugni, ho urlato loro dietro, implorandoli di prendere il portafogli ma di lasciarmi quell'oggetto per loro inutile e senza valore. Mi hanno riso in faccia, sguaiati e crudeli; poi, con sommo sgomento, li ho visti avviarsi per il ponte lanciandosi fra loro il bottino, finché il più alto, con un lancio da consumato cestista, non ha fatto scavalcare alla borsa l'alta balaustra, facendola finire trascinata dalle acque scure e sporche del fiume.
mercoledì, 19 novembre 2008
Mondo riflesso
Quando rimasi imprigionato nello specchio, l'ultimo giorno della vacanza nella casa degli amici, il primo pensiero fu che non sarebbe durata tanto: come quando qualcuno resta negli ascensori bloccati o cade nei pozzi, e c'è sempre chi si adopera per soccorrerlo, pensavo che presto avrei visto poliziotti o pompieri o tecnici darsi da fare davanti alla superficie di vetro e riaprire il passaggio che mi aveva risucchiato nel mondo riflesso. E invece vidi solamente il padrone di casa che entrava nella stanza senza volgere lo sguardo al suo doppio che si muoveva nella cornice barocca - aveva gusto, sì - e guardava in giro con l'evidente intenzione di cercarmi, per poi scomparire perplesso dietro la porta.
Adesso sono passati dei mesi, la casa è chiusa dalla fine dell'estate, il mio mondo è sempre uguale: una stanza in prospettiva sghemba - lo specchio è fissato alla parete con un gancio leggermente storto a destra e all'ingiù - appena illuminata dallo spiraglio nelle vecchie ante della finestra. Non posso che sedermi o distendermi sul pavimento, per riposare, dato che l'immagine riflessa comprende solo un angolo del divano e appena la sponda del letto; oltre al riposo, non ho altre esigenze, incredibilmente; così non deperisco per il digiuno, né ho problemi d'igiene. La noia, però, uccide ogni minuto. Ci sono dei libri, nello scaffale, è vero, ma leggerli è impossibile, con la scrittura a rovescio.
Sorprendentemente, non mi dispero, pur sapendo che non uscirò mai più - l'ho capito appena scomparsa la figura del mio ospite, che è uscito dalla stanza nonostante i miei richiami e i miei gesti scomposti - ma vorrei belle donne che si stirano addosso i vestiti con la mano, bambini che fanno boccacce a sé stessi, luci e colori che cambiano, qualcuno che osserva la piega dei pantaloni nuovi, un cane che passa indifferente davanti al suo doppio. Vorrei un mondo abitato, anche qui.
(già apparso in Lettere dal carcere)
giovedì, 13 novembre 2008
Come nei sogni più inquietanti, la luce non si accende, nonostante mi ostini a far scattare più volte l'interruttore. Questo fatto banale, come in quei sogni, ha il sapore di presagio minaccioso, è il segno di un'incrinatura nell'ordine del mondo. D'ora in poi è possibile che accada qualsiasi cosa.
martedì, 04 novembre 2008
Nera schiena
C'è un che di inaugurale, nell'acquisto dell'agenda, ogni anno. Trascuro spesso le piccole commissioni - multe, bollette, documenti - non per smemoratezza quanto per indolenza; ma al rito dell'agenda non sfuggo: puntuale, il cartolaio mi vede entrare in negozio verso la metà di ottobre, e mi indica ammiccando lo scaffale pieno dei libretti appena arrivati. Sarà che il mio cronico trascurare le scadenze trova assurdamente una sorta di magica rassicurazione nell'annotarle scrupolosamente, ma certamente senza quell'oggetto non potrei vivere. Quest'anno ho deciso di cambiare marca e formato: nei mesi passati mi sono reso conto che le pagine dell'agendina tascabile che uso da anni, sempre uguale, sono troppo piccole per contenere la massa di impegni che registro, per poi regolarmente disattendere. A casa, dopo l'acquisto, ho voluto prendere familiarità con l'agenda nuova e ho cominciato a sfogliarla. Ho pensato a un errore, in un primo tempo, o a una burla del cartolaio: fin dal primo giorno del calendario sono già segnati appuntamenti e scadenze, fittissimi, e così va avanti per molte pagine. Ho guardato nella rubrica: anche lì lunghe liste di persone e numeri di telefono. Sia le annotazioni, sia i nomi non mi dicevano nulla: luoghi e attività ignote, persone del tutto sconosciute. Tornando nel negozio per protestare, in più occasioni, ho trovato la saracinesca chiusa. Dopo alcuni giorni ho saputo dell'incidente in cui era morto il proprietario, senza lasciare eredi. Così ho aspettato il nuovo anno, per iniziare a usare l'incomprensibile agenda, o per cominciare a farmene usare. Puntuale, al mattino del primo dell'anno, squilla il telefono; controllo il numero sul display: è uno di quelli segnati nella rubrica. Un certo Emilio mi fa gli auguri, rammaricandosi di non essere stato a festeggiare con me, la notte scorsa. Nella confusione inquieta in cui la telefonata mi precipita, emerge un pensiero atterrito; sfoglio il libretto, e - sgomento - mi accorgo che a una certa data, non troppo lontana, le annotazioni si interrompono di colpo e tutte le pagine seguenti sono completamente bianche.
venerdì, 31 ottobre 2008
Decreto
Il Decreto numero quattrocentosettantuno, subito noto come Decreto sulle Parole Non Ammesse, entrò in vigore un martedì di giugno – una bella giornata di prima estate, soleggiata e fresca – senza che la stampa avesse avuto, e dunque dato, la minima informazione preventiva sul progetto. Nessuno si assunse la paternità del provvedimento, che figurò come un atto di ordinaria amministrazione del governo intero; molti membri di questo, imbarazzati, ne presero perfino le distanze. Tuttavia non ci fu nessuno che prese l'iniziativa o fece anche solo promesse di revisione o di abolizione.
Come fu ipotizzato o dimostrato in seguito, la nuova norma era il risultato di un percorso inarrestabile - come possono esserlo quelli di certe pratiche che vanno avanti negli anni indipendentemente dalla convenienza dei loro effetti ultimi – iniziato con diversi progetti di legge molto mirati, politicamente inquietanti o popolarissimi, sviluppati da precedenti governi fin da trent'anni prima: un decreto che vietava l'uso di certi termini della politica, un provvedimento moralizzatore che puniva le bestemmie e il turpiloquio, un disegno di legge che imponeva di evitare nella comunicazione pubblica i termini astrusi del linguaggio burocratico.
Le vicissitudini politiche del paese avevano fatto sì che nessuno di questi progetti giungesse all'approvazione: i governi si avvicendavano, affannati di far quadrare il bilancio e di conquistare consensi elettorali; ciò che non era essenziale a questo scopo veniva rapidamente accantonato e lasciato sui numerosi binari morti dell'iter legislativo. Ma tecnici ed esperti continuavano imperterriti a lavorare ai progetti, per convinzione, per puntiglio, per il semplice fatto di ritrovarselo sulla scrivania. Capitava che ne parlassero in giro – al collega al bar, alla moglie, al segretario, alla terapeuta – le voci si diffondevano, le idee riscuotevano approvazione o facevano intuire convenienze ideologiche o materiali. I tecnici e gli esperti si incontravano, scoprivano analogie fra i rispettivi lavori, ipotizzavano collaborazioni e fusioni. Si coagulò così una formidabile convergenza di interessi e di impegni che, unita alla forza inerziale della burocrazia, portò sul tavolo del governo un decreto, indicato con il numero quattrocentosettantuno. Concentrati su tutt'altro, i sedici ministri lo votarono all'unanimità, senza neanche leggere il testo.
Nessuno seppe mai quali fossero stati i contributi, di diversissima provenienza, che si erano sedimentati nella formulazione del decreto. Certamente, gruppi integralisti che intendevano proteggere a oltranza la morale e la religione dalla disinvoltura che si profilava nel linguaggio dei giovani e degli stessi ministri del culto produssero delle memorie censorie per i politici che li rappresentavano. E' probabile che studiosi puristi della lingua insistettero per arginare la volgarizzazione del linguaggio comune e l'immissione di termini stranieri. Forse vi fu pure l'intervento di conservatori a oltranza, che vollero mettere al sicuro l'immagine dello lo status quo da ogni intemperanza verbale. E' invece sicuro – è rimasta registrata la testimonianza decisiva di un giornalista che partecipò alla campagna – che numerosi esperti di comunicazione insistettero perché la lingua si semplificasse drasticamente, in omaggio alla velocità del moderno, della tecnologia, dei costi della stampa e delle trasmissioni; o, come alcuni maligni ipotizzarono, all'approssimazione e all'ignoranza degli operatori dei media.
Nessuno invece riuscì mai a capire perché, nel lungo elenco in appendice alla legge – circa settemila parole bandite dal linguaggio scritto e parlato - figurassero termini come "albeggiare", "istantaneamente", "filo" o "strombatura". Alle lunghe liste di proscrizione redatte dagli interessati dovettero aggiungersene altre, di funzionari zelanti e presuntuosi; probabilmente, perfino impiegati di medio e basso livello interpolarono gli elenchi con parole loro invise perché incomprensibili, o per motivi casuali. Si consumarono vendette, insomma, e rappresaglie, come in un tragico dopoguerra.
La falcidie delle parole fu devastante: interi libri, anche opere classiche e fondamentali, che abbondavano di termini vietati dal decreto, dovettero essere distrutte; conferenzieri e insegnanti dovettero rivedere il loro linguaggio e il loro stile; molti scrittori entrarono in crisi, incapaci di rinunciare a concetti loro cari o essenziali per il loro messaggio, o perché si rifiutarono di esprimerli con circonlocuzioni e sinonimi inadeguati.
L'affare per l'editoria e per il mondo della cultura fu, al contrario, colossale: la vendita di milioni di ristampe e nuove edizioni emendate di dizionari, manuali, classici irrinunciabili, ripianò bilanci precari e fondò nuove fortune. Il certosino lavoro di censura e di restauro lessicale dei testi impiegò migliaia di editor, creando nuove competenze e nuove opportunità. Fortunate carriere universitarie e fulminanti successi di divulgatori si svilupparono attorno agli studi e all'insegnamento della lingua emendata. L'impoverimento della lingua, irrazionale, casuale, artificioso, per molti si convertì in ricchezza.
Ma si trattò di vantaggi effimeri e limitati. A soffrire fu il mondo delle cose e, di conseguenza, quello degli uomini. Si scoprì prestissimo che gli oggetti privati del nome tendevano a cadere in disuso e a finire con lo scomparire; nessuno più faceva caso a spettacoli naturali il cui nome era divenuto impronunciabile; animali diversissimi furono assimilati fra loro, non potendosi più utilizzare il nome di certe specie; alcuni sentimenti, impossibili da definire senza il termine che li aveva designati da sempre, si estinsero rapidamente. Se qualcosa destinata a essere cancellata dall'inclusione del proprio nome nell'elenco delle parole proibite si salvò, fu solo per gli errori di stampa nella gazzetta ufficiale, che vietarono di pronunciare e scrivere "cucciaio" invece di "cucchiaio" o "arrostire" invece di "arrossire".
L'immiserimento della lingua, diffusosi con un effetto domino in tutto il pianeta, data l'importanza della nazione in cui era avvenuto l'incidente legislativo, generò il rapido immiserimento del mondo e degli uomini: quando scoprimmo il pianeta e i suoi abitanti, trovammo un mondo evoluto e ricco, ma irrimediabilmente pacchiano, volgare, nevrotico e folle, nel quale troppe cose non avevano più un nome ed erano scomparse agli occhi degli uomini.
Ricostruire questa storia incredibile e penosa fu difficile; come pure porvi rimedio: gli esperti valutano che il programma di riabilitazione e la restituzione dei nomi alle cose necessiteranno di un'intera generazione per essere realizzati. Solo i figli degli attuali abitanti del bellissimo pianeta ricominceranno a fare caso alle sue albe straordinarie.
mercoledì, 15 ottobre 2008
Turni
Quando lo spazio diventò davvero poco, qualcuno ebbe l'idea dei Turni. L'occasione fu la scoperta - quasi casuale, nel laboratorio di un'industria framaceutica minore - della molecola che sta alla base del Siero: priva di effetti secondari, la dose giusta precipitava all'istante qualsiasi essere vivente in una sorta di letargo assoluto, le funzioni vitali al minimo possibile, dal quale ci si risvegliava senza alcuna memoria e nessuna conseguenza sgradevole, ma soprattutto senza che il tempo avesse agito sull'organismo; senza che il dormiente fosse invecchiato, dunque, se non di pochissimo. Ci vollero alcuni anni per mettere a punto la logistica del programma, ma soprattutto per definire le innumerevoli questioni legali che una vita a intermittenza settimanale avrebbe fatto sorgere. Fu facile, invece, ottenere il consenso al progetto: la sola idea di disporre di spazi confortevoli bastò a convincere e rendere entusiaste milioni di persone abituate a convivenze logoranti, a file avvilenti per qualsiasi cosa, a insopportabili folle negli uffici e nei treni, ad asfissianti camminate nelle strade ovunque e sempre gremite.
Fu come se le risorse del mondo fossero raddoppiate. L'accurata selezione dei due turni fece sì che i disagi per la perdita dei familiari o dei colleghi e degli amici che avrebbero vissuto in settimane diverse, senza mai più incontrarsi, fosse ridotta al minimo, garantendo gli affetti e il buon funzionamento dell'economia. Si disse che non di ultimo saluto si trattava, come fosse un funerale, per chi si divideva in turni diversi, ma di un addio simile a quello dei migranti che lasciavano qualcuno per andare lontano per sempre: avrebbero potuto scrivere o lasciare video registrati e mantenere contatti a distanza, sia pure in differita di sette giorni. Fu necessario, tuttavia, che a un'intera generazione si sostituisse la successiva per stabilizzare l'alternanza nel mondo senza ledere relazioni di ogni tipo.
(...)
venerdì, 03 ottobre 2008
Passeggeri
La sala è ampia, bene illuminata, scrupolosamente pulita; una musica anonima e rassicurante la inonda costantemente, a basso volume. Non ci sono aperture, ma l'aria non è viziata, si avverte anzi un lieve sentore di deodorante. Le file di poltrone – design funzionale, colori tenui – sono quasi tutte piene di gente come me: valigie con le ruote accanto al sedile, soprabito sulle ginocchia, biglietto fra le mani. Nessuno, però, sembra sapere nulla dell'itinerario che ci aspetta, né della durata del viaggio. A ben pensare, nessuno mi ha neanche detto quale sia il mezzo di trasporto che aspettiamo. Il biglietto non aiuta: sigle e numeri si rincorrono sul tagliando che sto consumando fra le dita nell'attesa; non un nome che aiuti a capire. Una complicata questione di fuso orario fa sì che due display esposti nella sala indichino ore diverse, e che nessuna delle due coincida con quanto dice il mio orologio da polso. Un altoparlante recita qualcosa in una lingua a me ignota, ma tutti si alzano dai posti e formano una fila disordinata davanti a una porta scorrevole chiusa. Uno a uno, li vedo scomparire dietro le ante che si aprono e si chiudono a ritmo costante. Dietro, un corridoio illuminato a giorno piega subito a destra, impedendomi di vedere alcunché, al di fuori di mani guantate di bianco tese a ritirare il biglietto dai passeggeri che man mano superano l'uscio. Accanto a me, due compagni di viaggio sono impegnati in una fitta ma confusa conversazione che, con evidenza, appare centrata sulla comune, incerta, destinazione. Colgo solamente, ripetuta molte volte, la parola "sempre".