Editing
Mai potuti sopportare, quelli autobiografici. Vero che questo qui è meno banale del solito, non spiattella troppi nomi e luoghi, è sufficientemente allusivo, c'è perfino qualche riferimento a problemi sociali sullo sfondo; ma sempre di fatti suoi si tratta. Proprio non riesco ad appassionarmi, anche nella vita reale, quando sento di drammi personali che non posso cogliere o quando chi parla scivola nell'intimistico.
Comunque, si tratta di lavoro, non mi pagano perché mi piaccia quello che leggo, ma per renderlo appetibile, consono al gusto corrente, per spianare le asperità e le eccessive originalità che lo renderebbero non commerciabile (certo, devo pure raddrizzare frasi incongrue, cassare anacoluti, correggere l'ortografia, perfino, ma questo è un'altra storia).
Allora: qui dice che entra in macchina e parte sgommando, arrabbiato, lasciandola in lacrime sul marciapiedi. Diamo un po' di concretezza, facciamo che la macchina è rossa (velocità, aggressività, ci stanno bene col carattere di lui e con la scena); e lei? Non ha un nome? Vado indietro a cercare: niente! Non le ha dato un nome, e siamo già al quarto capitolo! No, no, mica possiamo lasciare al lettore la scelta di chiamarla Maria o Nunzia: guasterebbe tutto! Dunque, un bel nome alla moda: "Mara rimase in lacrime sul marciapiedi…", "lasciando Asia in lacrime sul marciapiedi". Asia, sì, meglio, più evocativo.
Oddio! Ma non può descrivere così il salotto in cui si incontra con l'avvocato sospetto (sì, c'è pure un mezzo intrigo, appena accennato, va sviluppato)! Via l'allusione alle pareti coperte di scaffali pieni di libri: fa troppo intellettuale, oggi non si parla più di librerie, ma di pareti attrezzate, con il posto per la tivù e il decoder, gli scaffali stretti per i divvidì, al più.
Ieri ho già lavorato come una disperata per trovare tutti i cenni al lavoro del protagonista e cambiarli come conviene: lui diceva giornalista. Macché. Banalità fuori moda. Broker finanziario, almeno. E devo ricordarmi di farlo apparire sempre in giacca e cravatta, via tutti i maglioni e i giacconi, per carità!
Finite queste quisquilie verrà il bello: alla prima lettura ho già pensato alla conclusione. Il manoscritto finisce lasciando nel vago la sorte del personaggio, dopo la scoperta del sospetto intrigo. Ma no! Non sia mai che i lettori, gli acquirenti, immaginino che nei nostri romanzi non ci sia il colpo di scena conclusivo, o la catarsi, o il finale macabro. Addormentandomi, stanotte, mi è già venuta l'idea: l'avvocato gli chiede un secondo incontro, ma al posto convenuto lui trova un killer che gli spara. Vediamo, domani, di metterlo giù.
Stavolta sto esagerando. Certo, non è la prima volta che dimentico dove ho parcheggiato la sera prima, ma ieri non avevo fatto tardi, né bevuto, e ricordo benissimo di avere lasciato qui la macchina, dopo avere telefonato ancora una volta all'editore. Guardo meglio, ma non vedo nessuna auto bianca, nella fila. Ma, un momento: quella targa è la mia! Sta su una macchina rossa, stesso modello, ma rossa! Faccio scattare l'antifurto, infilo la chiave, tutto funziona. Penso in rapida successione: mi hanno riverniciato l'auto per scherzo, hanno cambiato la targa, sto sognando. Scarto tutte queste ipotesi assurde, ma faccio fatica a trovarne altre.
Chiamo Nunzia, penso, mi faccio rassicurare da lei. Nonostante l'ennesimo litigio – ieri l'ho lasciata in lacrime sul marciapiedi di casa sua ancora una volta, come nel romanzo – è allegra e scherza sul colore della mia auto, sulla mia smemoratezza. Sto quasi rilassandomi, quando tutto s'inceppa: le dico Grazie, Nunzietta, sei… e lei s'infuria: Senti - dice - che tu faccia lo scemo con altre, passi; ma che scambi pure i nomi, questo non te lo permetto! E un nome così, poi? Ma dove le trovi? Questa volta te la faccio pagare, parola di Asia. Mette giù con uno scatto feroce. Provo a richiamare, sgomento: niente da fare.
E' tardi per insistere: vado di corsa in ufficio, ma passando davanti alle vetrine vedo un tipo in completo grigio e cravattona gialla che corre affannato. Mi fermo a guardarmi in quell'abbigliamento per me sconosciuto: un gusto da squaletto rampante; ma quando mai mi è venuto in mente di conciarmi così? E infatti al giornale nessuno mi saluta: sarò irriconoscibile, senza i miei maglioni e il giaccone che porto da cinque anni, sempre uguale. Al mio posto il piccì è già accesso, e un bicchiere di caffè fuma sul tavolo. Mi siedo sulla sedia già calda, guardo lo schermo senza capire, quando un tizio più o meno della mia età – ha un maglione amaranto - mi guarda interrogativo e mi dice Desidera?
La sicurezza mi ha cacciato via, non prima che il direttore mi abbia cortesemente spiegato che il biglietto che ho nel portafoglio parla chiaro: Finconsult, associated promoter. Ho sbagliato, a quel punto, a dare in escandescenze, e ben mi sta che mi abbiano gentilmente ma fermamente accompagnato fuori.
Squilla il cellulare, intanto: un avvocato dal nome che mi dice qualcosa vuole vedermi. Veramente dice rivedermi. Continuo a non capire, ma forse se accetto di incontrarlo qualcosa si chiarisce, di questa giornata assurda. Magari lui sa qualcosa di quello che è successo, sembra mi conosca bene e che abbia qualcosa di importante da dirmi. Prendo accordi, cercando di essere generico, di non mostrare sorpresa. E' fra venti minuti, qui vicino. Arrivo quasi subito al posto: c'è una saracinesca mezza alzata, controllo il numero civico che avevo appuntato, entro, sempre più perplesso. C'è buio, ma vedo distintamente un luccichio di metallo e sento con chiarezza la voce che dice Credevi di fare il furbo con noi?




